Velo, rossetti e libertà Le penne dell’islam sfidano il pregiudizio

FENOMENO È il giornale dei figli degli immigrati: la seconda generazione. Un inserto di «Vita»

Solo pochi passi le separano: basta attraversare la strada. Da un lato la redazione, dall’altro la «moschea» di via Quaranta. Due mondi vicini e lontanissimi. Il venerdì si sfiorano e si incrociano: nel centro islamico ci si riunisce per pregare, nella sede del mensile si studia già la prossima uscita.
In questi giorni il giornale festeggia il secondo compleanno. Un mensile della seconda generazione: concepito dai figli degli immigrati, musulmani italiani. Per lo più ragazze: venti su ventitré «penne». Una squadra affiatata, dinamica, messa insieme dal settimanale Vita per l’inserto ideato da Paolo Branca, docente di Lingua araba alla Cattolica, e da Martino Pillitteri. Un fenomeno che ha incuriosito nientemeno che il New York Times. L’ultimo numero è uscito oggi, dedicato al «libro che ti ha cambiato la vita». Come sempre le ragazze di Yalla Italia lo hanno condito con passione, ironia, e un pizzico di irriverenza intelligente. E di autoironia. Un ingrediente che fa la differenza, perché neutralizza la tentazione della «pakistanizzazione», come la chiama Martino - che coordina il lavoro (ovvio che la battuta sull’«harem redazionale» gli sia stata inflitta decine di volte). Vuol dire la tentazione di «arroccarsi». Per esempio nelle frange più chiuse di via Quaranta. Vuol dire «far leva sulle paure, mentre noi le trasformiamo in speranze», sintetizza Martino.
Come? «Con il sorriso, la cultura, la fiducia in modelli positivi». I numeri sono tutti monografici. Si può leggere di Hijab e jeans: «i ragazzi di seconda generazione sono consumatori nuovi che sfuggono alle regole del marketing classico». Di gusti, shopping. Di burkini (burka e bikini). Di pasta e felafel. Della «rivoluzione del rossetto in Iran»: dallo Scià al turbante khomeinista ai simboli tutti femminili di una nuova stagione. Ma quando l’attualità bussa alla porta Yalla non si tira indietro. Nei giorni in cui Israele difendeva la sua sicurezza con le incursioni militari a Gaza la trentenne Sumaya Abdel Qader ha scritto: «Caro nemico, ti amo troppo come creatura di Dio per odiarti».
Si parla di fede, amore, sesso. O di classici della letteratura, appunto. Meriem, tunisina, ricercatrice, confessa che «il suo viaggio» ha una guida speciale, e «si chiama Dante, proprio quello che mette il profeta Maometto «in uno dei canti più contestati, in virtù delle leggende medievali che circolavano all’epoca». «Leggete Dante per capire la vita» il suo consiglio, «cos’è l’amore», «cos’è il dolore». Rassmea racconta i suoi Promessi sposi, e ricorda che nel suo primo anno da liceale si portò Manzoni in Egitto, il paese dei genitori: restava a casa dei parenti a leggerlo, e pensava: proprio come qua, come «le mille interferenze esterne fra fidanzati desiderosi di sposarsi». Il «questo matrimonio non s’ha da fare» è una costante.
Il matrimonio combinato. Un altro tabù da infrangere. Come le unioni miste: «Rispetto la mia religione, ma l’anulare è mio» scrive ancora Rasmea. Randa Gazhy descrive una sorta di «Indovina chi viene a cena»: con l’aspirante marito, quindi aspirante musulmano, sul filo di un cordialissimo e impacciato scontro domestico di civiltà: «Cosa pensi della religione islamica? Stai leggendo il Corano?» chiedono i genitori, e il fidanzato che trema, e balbetta. «O si rompe o si naufraga nell’ipocrisia della conversione...Vi sembra una cosa normale?» chiede Nadra. Ouejdane è tunisina, ha 30 anni. Scrive dei giovani immigrati che cercano una moglie «secondo tradizione», ma non trovandone in Italia si affidano a internet. Nadra ha 32 anni. Tunisina ha la madre americana e un fidanzato italiano. «Nel mio paese mi sembra d’essere in attesa di giudizio», protesta.
Tutto diventa una sfida ai conservatori, e quindi un omaggio all’islam più vero, più puro: «Hanno deislamizzato il loro linguaggio - spiega Pillitteri - e sono in grado di vivere la loro spiritualità in modo sereno, profondo, senza doverla esteriorizzare». Il rischio delle seconde generazioni è cadere proprio nella tentazione del radicalismo: «Guardare alle culture tribali come reazione a un modello d’integrazione». Molti giovani immigrati finiscono per farlo anche a Milano, proprio nei centri islamici: «Queste ragazze sono l’alternativa. Prendono il meglio della loro cultura d’origine e della nostra. E la cosa più preziosa della loro esperienza a Yalla Italia è che propongono un modello di successo. Un modello che dovrà prosciugare l’altro, quello della paura e della conservazione». Anche in città: «Io non mi sognerei mai di chiedere la chiusura dei centri islamici di Milano. Dobbiamo mettere in campo qualcosa di diverso, trasparente, degno di una cultura millenaria. Qualcosa da esportare anche nei loro Paesi d’origine».