Veltroni archivia Prodi: "Voltiamo pagina all’Italia serve il nuovo"

Il leader del Pd lancia in Umbria la sua campagna elettorale: "Troppi errori da entrambi i poli, i cittadini devono scegliere tra passato e futuro"

Perugia - Berlusconi si leva la cravatta, lui invece se la mette. La più visibile, rosso vivo, sotto una giacca blu con camicia celestina.
Non è esattamente l’abbigliamento più indicato per un week end in Umbria e una passeggiata tra gli ulivi, e neppure per un comizio elettorale. Ma si capisce subito che questa tutto è tranne che una manifestazione di piazza. Il «Discorso per l’Italia» con cui Walter Veltroni ha aperto ieri, dal belvedere dell’eremo di San Girolamo a Spello, la sua campagna elettorale è un evento tutto virtuale, mediatico, televisivo (corredato da generose dirette su varie reti); studiato nei dettagli.

Roberto Malfatto, regista fidato degli happening veltroniani, lo spiega senza ipocrisie: «Perché abbiamo scelto Spello? Per questa inquadratura», e indica la valle di ulivi e cipressi (con annesso camposanto) e il borgo medievale arrampicato sul colle, alle spalle del palchetto con bandiera tricolore da cui parlerà tra poco Veltroni, che arriva a piedi accolto dalle note rassicuranti di Jovanotti, «Mi fido di te». Tutto studiato per lanciare il Candidato del Nuovo nell’immaginario collettivo degli italiani. Di tutti gli italiani, perché la vera innovazione che Veltroni ha in mente è esattamente questa: oltrepassare i confini risicati del vecchio centrosinistra, e provare a sfondare in quell’elettorato moderato, ma non militante, che finora ha guardato alla Cdl.

E lo dice chiaro: «Non ci sono due Italie separate da muri invisibili. Né è giusto mettere sulle regioni, sulle città, sulle case e persino sulle teste degli italiani delle bandierine di colori diversi». Perché «gli italiani non appartengono a nessuno, se non a se stessi», e «vogliono uscire dalla confusione, dall’instabilità e dall’immobilismo: vogliono una stagione nuova».

La scelta, annuncia, «è tra passato e futuro». E il futuro, ça va sans dire, è lui. Che con la sua scesa in campo e con la sua scelta di «rompere il vecchio schema politico di grandi alleanze pensate solo per battere l’avversario», e di far «correre libero, più libero che solo» il Pd, ha scosso l’albero e «rimesso tutto in movimento, anche nell’altro campo». Ma a destra non c’è vera innovazione: «Sono preoccupati di “come” vincere, non del “perché”. Di come organizzarsi meglio, non di cosa offrire di nuovo: hanno già governato per sette anni, e propongono solo di tornare a farlo, esattamente come prima».

Lui, invece, vuole «voltare pagina», annuncia con uno dei tanti slogan ben studiati di questo evento tv: «Noi diciamo: non cambiate un governo, cambiate l’Italia». In mezz’ora di orazione, il nome di Berlusconi non viene mai evocato. Quello di Prodi solo un paio di volte, en passant, per dire che «grazie al lavoro del suo governo», ora «è possibile ridurre le tasse», proprio come prometterebbe Berlusconi. Veltroni ha fretta di archiviare l’ex premier, e tutta la stagione che ha rappresentato. La sua è una presa di distanza bipartisan: per Veltroni vecchio centrosinistra e Cdl sono accomunati dagli stessi errori e dalle stesse «occasioni perdute», dalle stesse «riforme mancate». Da quindici anni, spiega, «questi due schieramenti si sono alternati al governo. Hanno fatto cose buone e meno buone», ma ogni volta hanno deluso. Anche perché si sono nutriti di un «bipolarismo ideologico» fatto di «cultura del nemico, dualismo manicheo, demonizzazione dell’avversario».

Lui volta pagina: l’avversario non lo demonizza, anzi vuole provare a giocargli in casa. Con una strizzatina d’occhio antipolitica alla «crescente insofferenza per un sistema roboante e inconcludente, invadente e impotente, costoso e inefficiente». E se Berlusconi, con fair play, ha invitato gli italiani a non buttare il voto e a scegliere tra Pd e Pdl, lui evita ogni attacco frontale ma tenta lo sgambetto: nuovo è solo il Pd, Berlusconi e Prodi appartengono allo stesso passato di cui «la stragrande maggioranza degli italiani è stanca».
La mezz’ora in diretta tv è finita, Veltroni saluta con il sogno di «un Paese grande e lieve» che cominci «da questa bellissima domenica italiana». Alle sue spalle gli uomini dello staff, coordinati da Walter Verini, guidano l’applauso del pubblico infreddolito raccolto nel piccolo cortile dell’eremo, e incitano la prima fila (tutti giovani con la faccia da bravi ragazzi, corredati da cartelli verdi con la scritta «Si può fare») ad affiancare il Candidato sul palco e a muovere la bocca: c’è l’Inno di Mameli, «Siam pronti alla morte». Walter canta con decisione, i ragazzi un po’ meno. Poi, in perfetto stile Obama, la moglie Flavia, che seguiva appartata sotto un ulivo, esce dall’ombra e lo abbraccia, assieme ad una delle figlie (l’altra è per l’appunto in Usa). A sera, al loft, lo attende un incontro con Di Pietro. Sarà alleanza? «Non credo - confida Ermete Realacci - sarebbe complicato spiegare perché lui sì e altri no. E poi i suoi candidati ci mettono un po’ d’ansia...». Meglio soli che male accompagnati.