Veltroni attacca Prodi: "Sbagliato non dialogare con l’opposizione"

Il leader Pd: &quot;Col Paese spaccato una Camera doveva andare alla Cdl. Bisogna aumentare i salari controllando la spesa pubblica, ai precari mille euro al mese&quot;. <a href="http://blog.ilgiornale.it/taliani" target="_blank"><strong>Walter corre da solo ma anche con Di Pietro/Commenta</strong></a>

Roma - Al primo appuntamento televisivo della campagna elettorale, Walter Veltroni si presenta meno «solo» di quanto per settimane abbia annunciato.

Il leader del Pd ha infatti deciso di accelerare, e dopo essersi fatto dare martedì sera «carta bianca» sulle alleanze da uno stato maggiore pieno di dubbi sulla scelta di imbarcare l’ingombrante Di Pietro, ha chiuso ieri all’ora di pranzo, in quattro e quattr’otto, l’accordo con l’ex pm. Poi a sera si è presentato nello studio di Porta a porta, ben sapendo che avrebbe dovuto fronteggiare domande sull’apparente incongruenza del nuovo simbolo appeso al suo.

Ma il palcoscenico tv è servito al leader del Pd soprattutto per prendere le distanze da Prodi ed esaltare la novità della sua discesa in campo e del «miracolo» che ha già prodotto: un nuovo dialogo tra i poli che non si fermerà con il voto. Perché «bisogna uscire da questi quindici anni con una proposta di unità per il Paese». E dopo le elezioni, niente «larghe intese» ma sì a «un patto di consultazione» tra lui e Berlusconi per «scrivere le regole» e affrontare «le emergenze».

Lo strappo dal precedente governo è netto: Prodi è stato «un ottimo premier», ma alla testa di una «coalizione sbagliata». E comunque ha commesso un «errore» di partenza, con la sua scelta di autosufficienza dopo una vittoria troppo risicata: «Bisognava ammettere che il paese era spaccato, e dare la presidenza di una Camera all’opposizione», bacchetta Veltroni. E invece, il premier e Berlusconi «nemmeno si parlavano».

Per giustificare la decisione di concedere solo all’Italia dei valori quell’apparentamento elettorale che viene negato ad altri soggetti ben più vicini e a pieno titolo «riformisti», come socialisti e radicali, Veltroni spiega: «Di Pietro ha fatto di più. Ha preso l’impegno di confluire dopo le elezioni non solo nel gruppo ma anche nel Pd. I radicali italiani invece non vogliono sciogliersi». Detto ciò, «stimo moltissimo la Bonino, e se saranno disposti a stare con lei nelle nostre liste sarà un bene». Quanto ai socialisti, nessuna remora nello scaricarli: «Non vogliono stare nelle nostre liste, continuano a coltivare una vocazione minoritaria».

In casa dipietrista, ieri, si stappava champagne per il sollievo: al di là dei proclami, Idv era terrorizzata di finire a correre da sola, con il fortissimo rischio di non superare lo sbarramento del 4% e la certezza di non entrare al Senato. Ma già da giorni l’ex pm (che a quanto trapela ha ceduto anche sul simbolo, pronto a metterci il nome di Veltroni) era convinto che l’accordo si sarebbe fatto, e che la manfrina fosse dovuta alle resistenze interne al Pd. Veltroni quell’accordo lo voleva, per solide ragioni elettorali. Di Pietro da solo sarebbe una mina vagante: «Pesca in quell’elettorato antipolitico o giustizialista che a sinistra esiste e conta», spiegano i veltroniani. Insomma, avrebbe tolto voti al Pd, cosa che Veltroni non può permettersi: sa che nel suo partito in molti lo aspettano al varco della sconfitta, e i numeri peseranno eccome.

Chiuso lo spinoso capitolo Di Pietro, Veltroni è stato prodigo di riconoscimenti a Berlusconi. Cui dà atto del «cambio di toni e di linguaggi» tra maggioranza e opposizione: «È un miracolo di questi mesi. Si è rotto il meccanismo della demonizzazione degli avversari». E il merito, dice il capo del Pd, è dell’«atto di coraggio» del suo partito, che «ha deciso di andare da solo (salvo Di Pietro, ndr) anche di fronte a una legge elettorale che premia le ammucchiate». Dice di aver «apprezzato» il suo competitor, ospite il giorno prima degli stessi studi vespiani, perché «si è incentrato sulle cose da fare e sui programmi». Gli riconosce «saggezza» pure sui temi etici e l’aborto: «Ha detto “Evitiamo di usare questi argomenti in campagna elettorale”», e anche lui pensa «che questa roba vada tenuta fuori». Condivide con Berlusconi anche il fatto che «le intercettazioni non vadano pubblicate sui giornali». E gli dà atto della «chiarezza» fatta «liquidando» l’Udc: «Ora esiste un centro e una destra».

Poi giù una raffica di anticipazioni del programma: salario minimo di 1000 euro per i precari, ma anche meno tasse perché «il problema non è far piangere i ricchi ma far crescere l’economia». Incentivi all’occupazione femminile, taglio delle provincie, e «un patto di solidarietà tra lavoro e impresa», per aumentare «salari e produttività».