A Veltroni basta "perdere bene": "Silvio dovrà trattare con me"

Il sindaco di Roma: "Assurdo anticipare le elezioni". Ma intanto si prepara allo scontro. Il nodo Campidoglio: per candidarsi alle politiche dovrebbe lasciare subito

Roma - Anche nel loft veltroniano si respira ormai aria di campagna elettorale. E si confida poco o nulla in un possibile rinvio del voto oltre la primavera.

«Berlusconi domani (oggi ndr) andrà al Colle, e vediamo cosa dirà a Napolitano», dice Veltroni. Per il quale certo «precipitare il Paese verso il voto anticipato è assurdo», ma «noi non abbiamo titoli per forzare», se il principale partito di opposizione non ci sta. Un modo indiretto per ammettere che, se Fi non dà la propria disponibilità, la speranza di poter arrivare a giugno con un governo (Marini o Amato) per la riforma è data per archiviata. Ma intanto è Berlusconi che si deve prendere la responsabilità di dire no.

Anche se si conta sul fatto che sui nomi del presidente del Senato e del ministro dell’Interno possa esserci un non sgradimento per un governo che si limiterebbe a gestire le elezioni anticipate. Che dunque non verranno affidate al premier uscente: «E Prodi lo sapeva benissimo: gli era stato detto chiaro che se evitava di andarsi a far votare al Senato poteva avere il reincarico. Ma lui ha scelto altrimenti», si sottolinea.

Elezioni vicine, dunque. Ma l’attivissimo leader del Pd (che ieri ha riunito l’esecutivo, incontrato D’Alema e discusso per un’ora con Prodi) non si mostra per nulla pessimista: sa di andare incontro a una possibile sconfitta elettorale. Ma quella sconfitta - tanto più se sarà ravvicinata - nessuno potrà metterla in conto a lui: il suo Pd sta per separare nettamente le sue sorti da quelle del centrosinistra prodiano («L’Unione è morta e sepolta», sentenziano recisi i veltroniani) e da quell’esperienza di governo. E ieri Veltroni ha tagliato i ponti pure con Bassolino: «Anche in Campania dobbiamo saper interpretare il desiderio di novità».

Il leader Pd è certo di aver imbroccato una linea che pagherà nelle urne: non a caso ieri ha rilanciato la sua sfida a Berlusconi: «Mi piacerebbe che avesse il nostro stesso coraggio e dicesse no alle alleanze con chiunque pur di vincere, e facesse invece come noi, per aprire una nuova stagione». I suoi sono convinti che la campagna elettorale possa riservare sorprese, e che la separazione consensuale dalla coalizione e soprattutto da Rifondazione permetterà al Pd di pescare nei settori moderati di elettorato.
Certo, le resistenze saranno forti: la Bindi promette battaglia, «andare da soli al voto è un lusso che non ci è consentito», e non dà per scontata la candidatura di Veltroni. Ma lei stessa ammette che «una lista prodiana con Verdi e Di Pietro è una fantasia». E d’altronde i Verdi già si stan muovendo verso la Cosa rossa, e nel Prc sono convinti che alla fine pure il Pdci dovrà aggregarsi.
In casa Pd insomma non si dà per scontata la sconfitta. E i calcoli più pessimistici dicono che al Senato, correndo da soli, le perdite potrebbero essere contenute a una quindicina di seggi. Anzi, «può scapparci anche il pareggio», azzarda il costituzionalista veltroniano Ceccanti. Senza contare che la vittoria di Berlusconi potrebbe rivelarsi di corto respiro: si ritroverà alla testa di una coalizione «dalla Mussolini a Dini, passando per Mastella», e soprattutto si ritroverà tra i piedi il referendum elettorale: «Una bomba a tempo», dice Ceccanti. E allora sarà costretto a riaprire il dialogo sulle riforme, e l’interlocutore obbligato sarà proprio Veltroni.

Resta da risolvere il problema Roma: se vuole candidarsi alle politiche, il sindaco dovrà dimettersi. E se non lo fa entro il 3 febbraio, il Comune sarà commissariato per un anno. La Cdl reclama le dimissioni, ma il Pd romano frena: «Veltroni è impegnato a scongiurare le elezioni anticipate», dice il capogruppo Battaglia. In realtà, a Veltroni l’ipotesi del commissariamento non dispiace per nulla: prendere un anno di tempo può voler dire scongiurare la candidatura di Fini (che tra un anno sarà probabilmente impegnato al governo), invertire il trend elettorale del centrosinistra e poter mettere in campo un candidato forte (si pensa a Rutelli) in grado di riconquistare la Capitale. Che in caso di amministrative abbinate alle politiche sarebbe invece persa.