Veltroni caccia tutti tranne Bassolino

Il sindaco di Roma pronto a un repulisti ma presenterà il governatore campano alla Camera

Roma - È «la partita della sua vita», come dice il colonnello veltroniano Giorgio Tonini. E il leader del Pd è ben deciso a giocarsela fino in fondo. E ora che la campagna elettorale è aperta, il bastone del comando è per la prima volta chiaramente nelle sue mani.

Veltroni afferma da tempo (l’ultima volta a Orvieto, nell’intervento che secondo molti ha segnato l’inizio della crisi di governo) che il Pd andrà solo alle elezioni, e così sarà: certo, nel Pd e tra gli ex alleati montano le pressioni per realizzare «intese programmatiche» con i partiti più affini (a cominciare dai Socialisti) o accordi «tecnici» di desistenza al Senato con la Cosa rossa. Ma per far capire che aria tira al loft, ieri sera è arrivata una dichiarazione, proprio di Tonini, concordata direttamente con il leader: «Quando avevamo parlato di un Pd che va da solo, qualcuno aveva detto che era una follia. Ora vedo che il 75% di chi ha risposto al sondaggio di Repubblica la pensa esattamente come noi». Discussione chiusa, per Veltroni, e le ali dalemiane, popolari e prodiane del Pd lo hanno capito: «Al massimo ci sarà qualche posto in lista per candidati socialisti o dipietristi, nient’altro», sospira un dirigente Ds.

Quanto ad alleanze, ancorché «tecniche» con la Cosa rossa, né Bertinotti né Veltroni ci pensano minimamente. E questo nonostante allarmanti sondaggi diffusi dal centrodestra, secondo cui così sarebbe a rischio persino il premio di maggioranza al Senato in Toscana: se il Pd va da solo, otterrebbe soltanto 6 seggi contro i 2 del Prc e i 10 della Cdl. Se si allea con la Cosa rossa, ne spunterebbe 10, contro gli 8 del centrodestra. «La Cdl cerca di spaventarci - dice Tonini - perché sa che quello della “solitudine” è l’argomento forte che ci consente di giocare all’attacco e non in difesa, inchiodati al fallimento di questa legislatura. Così, invece, in difesa dovrà giocare Berlusconi, col suo vecchio schema di alleanze». Senza escludere che poi, «se il vento girasse e il nuovo messaggio funzionasse, come per Obama, non è detto che Walter non finisca lui, a Palazzo Chigi». Le avvisaglie di un «vento» che può mettersi a soffiare nelle vele del Pd, i veltroniani le leggono proprio nelle mosse di Berlusconi, uno che «il Paese lo sa annusare anche più di noi», e che spinge sul pedale del «dialogo» perché sa che «gli elettori sono stanchi di tifoserie, hanno provato entrambi i poli e sono rimasti ugualmente delusi, e ora vogliono qualcosa di nuovo».

Al loft, sono convinti che il Pd può prendersi il premio in almeno 4 regioni: Toscana, Emilia, Umbria e Basilicata. E che se la sconfitta è nelle carte, meglio perdere con un Pd «al 35%» e con le mani libere. E soprattutto, con un Pd nettamente veltroniano. Il cui banco di prova saranno le liste elettorali: non a caso ieri Bersani e Letta hanno reclamato le «primarie» per i candidati. La scure dei tre mandati, il 50% dei posti in lista per le donne («Che poi, viste le nostre dirigenti, serve solo a perdere il voto delle donne. Quale di loro si sentirebbe motivata a votarci per Livia Turco?», dice acido un deputato ds), sono tutte regole capestro che aumenteranno il potere decisionale di un segretario intenzionato a «rinnovare» di molto la squadra. Con qualche dolorosa eccezione: ad esempio in Campania (regione dove ormai «non vinceremmo nemmeno con Maradona») toccherà candidare alla Camera Bassolino. Perché il Governatore non si dimette (come Veltroni gli ha chiesto) senza un paracadute. Anche da peone.