Veltroni chi? Obama in Europa snobba il discepolo

Questa è la fine del falso mito dell’amico Barack. È la carta velina che cade: Obama non passa da Roma. Arriverà in Europa tra un paio di settimane, toccherà Londra, Parigi, Berlino. Roma no. Sono due anni e mezzo che Veltroni racconta che Barack sarebbe venuto a trovarlo. L’amico Barack, appunto. Perché lui, Walter, andò nel 2005 a Chicago e poi a Washington, tornò illuminato dalla stella di Obama e disse che il nuovo idolo americano gli aveva appena promesso una visita a Roma. «Non subito, tra un po’». Barack ha aspettato, ha dovuto girare l’America Stato per Stato. Non aveva tempo: non ha mai scavalcato l’Atlantico, negli ultimi anni. Lo fa adesso, da democratico nominato, da candidato presidente, da uomo nuovo. Allora potrebbe mantenere parola e promessa. Germania, Francia, Inghilterra. Cioè l’Europa che conta, evidentemente. L’aggiramento dell’Italia, di Roma, è uno schiaffo al segretario del Pd, che ha firmato la prefazione italiana dell’Audacia della Speranza, che gli ha copiato lo slogan elettorale, che per mesi s’è ispirato a lui, che s’è sentito un discepolo. Obama arriva da leader, non da capo di Stato: incontrerà Sarkozy e però, secondo le Figaro, anche i leader socialisti francesi, vedrà Gordon Brown e però pure David Cameron. Allora non c’entra il fatto che il Partito democratico italiano abbia perso: semplicemente non ritiene strategica l’Italia e non ritiene neanche di avere nulla da dirsi con Veltroni, nonostante i presunti rapporti personali e quelli che Wally adora chiamare gli «ideali condivisi». Walter prende una botta, vede passare il Messia a un metro da lui, allunga la mano, ma non può toccarlo perché l’altro non lo vede neppure. Con garbo dirà che non c’erano tempi e modi, forse racconterà di una telefonata preventiva di scuse. Tutto possibile. Però resta l’onta di chi si crede alla pari e invece viene snobbato senza pietà.
Poi c’è che non siamo neanche importanti. L’America del futuro ha una scarsa considerazione dell’Europa: né Obama né McCain la amano particolarmente. L’hanno fatto capire più volte. Il candidato repubblicano vola in questi giorni in America Latina, guarda al Medio Oriente, poi alla Cina. L’Europa sì, va bene, c’è, ma non è fondamentale. Guarda più all’ex blocco sovietico in chiave anti-russa, che all’Europa occidentale. Obama idem. È presidente della sottocommissione del Senato per i rapporti con l’Europa: vola qui nei prossimi giorni, ma non farà neanche una tappa a Bruxelles. Ha scelto di incontrare i rappresentanti dei singoli Paesi, non l’organizzazione comunitaria. È un modo per dire che gli amici se li sceglierà senza prenderli in blocco. Nel caso Europa, poi, c’è il caso Italia. McCain è già venuto da questa parte dell’Atlantico dopo la conquista della nomination, ma anche lui ha saltato Roma. Obama farà lo stesso. La verità è che i rapporti Stati Uniti-Italia si sono retti sull’amicizia personale di Berlusconi e Bush. Un’alleanza che non c’è mai stata e che ora c’è, una considerazione che non s’era vista ai tempi di Reagan, di Bush padre, di Clinton. Oggi siamo amici dell’America perché siamo amici di George W. Lo stesso uomo che il centrosinistra italiano ha considerato Satana, peggio di Osama, peggio di un terrorista, peggio di tutti. Però lui alla fine è amico. Obama anche, ci avevano raccontato. Com’era? Yes we can, aveva detto Walter. Rubato lo slogan, l’idea, non la postura, l’eloquenza. «Si può fare»: tradotto per evitare l’ennesimo americanismo gratuito. Alla fine evidentemente no. Non si può fare, evidentemente non ce n’è. Però sono amici. Amici amici.
Giuseppe De Bellis