Veltroni è convinto di aver vinto lui

Aridatece Palazzo Chigi, adesso: o non abbiamo vinto anche noi, democratici italiani? Anzi, abbiamo vinto senza “anche”, perché se non era per il «contributo decisivo» di Veltroni, e per la Melandri che s’è consumata tre giorni a Filadelfia distribuendo volantini e spillette, chissà se ce l’avrebbe fatta, il compagno Barack. Come? Dite che nel pacchetto della Casa Bianca non è compreso il governo italiano, là hanno vinto i democratici americani e noi qui abbiamo perso, e pure sonoramente, appena pochi mesi fa? Ma non scherzate, non provateci nemmeno a salir tutti sul carro del vincitore, cioè il «nostro» carro, perché Obama è «nostro» e guai a chi ce lo sfila.

Tranquilli, dopo una visita a Chicago verrà lesto anche a Roma per cacciare il Cavaliere nero, ci rimetterà sulle nostre poltrone e noi abrogheremo il decreto Gelmini, pure il lodo Alfano così Di Pietro resta senza referendum, e per cancellare ogni segno del governo di centrodestra siamo pronti a ricomprar dalla Germania montagne e montagne di ecoballe, riporteremo l’immondizia a Napoli. Ieri sera la sbornia non gli era ancora passata, e se qualcuno non gli somministra il narkan rischia di durargli sino a quando il neo presidente americano parlerà al telefono col nostro premier (quello vero, non l’ombra), e questi rivelerà compiaciuto che hanno parlato di Irak e di Afghanistan, si sono dati appuntamento per affrontare con gli altri Grandi la crisi finanziaria internazionale, e che ha invitato «l’amico Barack» a trascorrere le vacanze a Villa Certosa.

Ma sbornia di che, poi? Forse di colla, perché alla veglia notturna al Tempio di Adriano per lo spoglio, il Pd de noantri s’era americanizzato pure al buffet: niente alcolici di alcun genere, bibitoni imbevibili di caffè trasparente, coke, pollo fritto, muffin e apple pie. Addio salsicce, piadine e lambrusco delle feste dell’Unità. «Questa notte rimarrà nella storia!», aveva sentenziato Veltroni annunciando la rivincita dopo la batosta di aprile. Una vittoria che riscatta anche l’onta di quella stitica vittoriuzza nel 2006, con la penosa veglia ai Santi Apostoli che si trascinava dolorosamente, e se non usciva finalmente Fassino a dir di prepotenza «abbiamo vinto», con gli italiani all’estero, c’era da andar tutti sotto l’ombrello del reverendo Moon. Anche stavolta hanno vinto all’estero, e allora?

Sul palco della festa al Pantheon Veltroni assapora il trionfo. All’alba ha inviato due messaggi negli Usa, come fanno i capi di Stato: al suo «allievo» Obama per spronarlo a «cambiare il mondo»: ma anche allo sconfitto McCain, perché Uòlter è un vero grande, sportivo e generoso. E sempre all’alba, aveva già fatto tappezzare le vie di Roma con un grande manifesto che annuncia come «il mondo cambia», foto di Obama e firma del Pd italiano, su sfondo di folla americana doc ma almeno non scippata a San Pietro, stavolta. E ora sul palco al Pantheon, con cinquecento (mila?: aspettiamo i numeri della questura) persone ad applaudirlo con bandiere americane (ma una volta, non le bruciavano?), lui ammonisce: «La destra lo deve capire che è cambiata l’aria!». Berlusconi gli ha mollato quella staffilata, schernendolo perché ha arruolato d’autorità Obama, ne parla come fosse un esponente del suo Pd? Lui, serissimo e pure offeso, ribatte: «Sì, lo è, noi ci sentiamo naturalmente legati ai valori e al programma di Obama».

Al telegramma di Cossiga non ha risposto, ma il redattore di un’agenzia amica che di buon mattino lo ha diffuso, confessa di aver aggiunto esplicitamente l’aggettivo «sarcastico», temendo che Veltroni e i suoi non avrebbero capito che l’ex presidente stava prendendo in giro. Gran festa dunque: da oggi il 4 novembre celebrerà la vittoria del Piave e la riscossa di Walter. È venuto pure Epifani, ieri sera a festeggiare. Peccato che la fila dei capi sul palco a spalleggiar Veltroni - D’Alema, Melandri, Fioroni, Franceschini, Bersani, Garavaglia, Zingaretti - era così impalata e piena di sé da ricordare le foto dei grossi calibri sul Cremlino alle parate del 1° maggio. Per fortuna c’è qualcuno, anche nel Pd, che resta sobrio e coi piedi in terra. Come Luigi Meduri, che avverte Veltroni: «Attento, perché Berlusconi ci ruberà Obama come ha fatto con Blair, e noi staremo sempre a inseguirlo perché su queste cose è più bravo di noi». O come Massimo Cacciari, che mette in guardia dal cader nel «comico» e nel «patetico». Per chiudere con l’amarezza ironica di Arturo Parisi: «Meno male che abbiamo vinto in America, altrimenti ci sarebbe da spararsi. L’Abruzzo è difficile da riconquistare, ma l’Ohio è nostro...».