Veltroni copia da Berlusconi la sua riforma costituzionale

Bicameralismo, poteri del premier e federalismo come nel testo della Cdl

da Milano

«Dieci riforme per sbloccare l’Italia». Con questo titolo in prima pagina, ieri il Corriere della Sera ha ospitato il programma di Walter Veltroni per curare «la democrazia malata» e fornire al Paese «istituzioni nazionali forti» e «un sistema politico capace di pensare in grande e di agire con rapidità». Dieci proposte di riforme costituzionali e istituzionali, «dieci cose concrete» per risolvere «la crisi di autorità» del sistema. La tesi di Veltroni è che il Pd nasca per «porre un argine a questa deriva». In realtà la «grande riforma» veltroniana ricalca in più punti quella ideata dal governo Berlusconi e osteggiata dal centrosinistra, approvata dal Parlamento nella scorsa legislatura e poi cancellata dal referendum popolare del giugno 2006 con il 61% di «no».
La ricetta del sindaco di Roma parte dal Parlamento: superare il bicameralismo perfetto (la Camera resta assemblea politica, il Senato rappresenta le autonomie locali) e ridurre il numero dei parlamentari. Il testo approvato dalla Casa delle libertà lo faceva: oltre a «dimagrire», Camera e Senato divaricavano ruolo e funzioni. Risultato: leggi su materie statali approvate solo a Montecitorio, quelle di competenza concorrente Stato-Regioni solo a Palazzo Madama.
Quanto alla forma di governo, Veltroni sceglie il «premierato sul modello europeo». Dunque «rafforzamento dei poteri del primo ministro» (con potere sostanziale di nomina e revoca dei ministri) compensato da nuove e più incisive garanzie per la minoranza, sancite da uno «statuto dell’opposizione» (con quorum parlamentari più alti per l’elezione delle cariche indipendenti). Anche la riforma della Cdl rafforzava il premier, conferendogli il potere di nomina e revoca dei ministri. E come contrappeso costituzionalizzava uno «statuto dell’opposizione» con significativi poteri di controllo e quorum parlamentari più alti per le modifiche dei regolamenti.
Pur non attinenti alla riforma della Carta del ’48, contribuiscono a consolidare il ruolo del primo ministro e del sistema bipolare altre due proposte di Veltroni: «legge elettorale per ridurre la frammentazione e consentire al governo di attuare il suo programma» e «corsia preferenziale in Parlamento per i disegni di legge del governo». Temi che riecheggiano anche nel testo del centrodestra, laddove lega il premier a una maggioranza parlamentare attraverso il collegamento elettorale dei candidati e rafforza il ruolo del governo a scapito del Parlamento.
Gli altri impegni dell’aspirante leader del Pd sono il 40% di candidature femminili e l’estensione del voto amministrativo ai sedicenni. E per dare un colpo ai partitini, il divieto di «costituire gruppi parlamentari che non corrispondano alle liste presentate alle elezioni».
Poteva mancare il federalismo? Certo che no. Veltroni chiede di attuarne «gli aspetti più innovativi», di accelerare sul fronte fiscale e di consentire «forme particolari di autonomia che possono avvicinare le Regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali». Sul punto il confronto è con la devoluzione, punto qualificante della riforma del centrodestra fortemente voluto dalla Lega, che trasferiva alle Regioni competenze esclusive su sanità, scuola e polizia locale. In attesa di proposte più dettagliate, anche su questo terreno minato il sindaco di Roma non pare lontano dal Cavaliere. Anzi, sul federalismo fiscale si spinge oltre.
Eppure, solo un anno fa la riforma costituzionale del centrodestra fu demolita con slogan apocalittici: il premier diventava «onnipotente», l’equilibrio dei poteri veniva sovvertito, l’unità dello Stato fatta a pezzi. Ma se quella riforma era così brutta, perché ora quella di Veltroni le somiglia così tanto?
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it