Veltroni-D'Alema, una vita di guai all'inseguimento del Carroccio

I fallimenti dei due leader. Pensavano di usare la Lega contro Silvio come nel 1996. Si scambiano i ruoli da 15 anni. Ma alla fine è sempre un flop

È da almeno 15 anni che la sinistra s’interroga in modo schizofrenico sul Senatùr. E in 15 anni non ha ancora deciso se Umberto Bossi è «una costola della sinistra» o «un secessionista eversore». Insomma, se ripercorri a ritroso il filo della polemica, scopri che nelle difficoltà di inquadramento della Lega Nord, si nasconde la debolezza strategica del Pds-Ds-Pd, che da quando è caduto il muro di Berlino ancora non riesce a decidere se si può costruire una coalizione autosufficiente o se si deve flirtare con il Carroccio.

È dal 13 giugno 1994, il giorno delle dimissioni di Occhetto dalla segreteria della Quercia, che dentro i Ds si fronteggiano due false alternative, due leader postcomunisti che ufficialmente si sorridono, e ufficiosamente si ringhiano e che si scambiano i ruoli con la facilità con cui si può girare una scacchiera. Le guerre puniche fra Walter Veltroni e Massimo D’Alema sono cominciate nel 1994 e non sono ancora finite. In principio sembrava che la differenza fra i due leader stesse nel fatto che D’Alema era più continuista, più legato a un’idea tradizionale di alternativa. E che Veltroni fosse più innovatore, più legato all’idea di una coalizione larga. In quella prima sfida vinse D’Alema e quindi la sua linea, che però cambiò bruscamente, come a inseguire gli eventi. Il capolavoro politico di D’Alema fu in realtà una sconfitta strategica, il líder Maximo realizzò il ribaltone e si inventò un alleato nell’Umberto Bossi di allora che veniva definito «costola della sinistra».

Quella strategia, ebbe il suo battesimo frugale in un’indimenticabile cena nella casetta romana di Rocco Buttiglione. I tre stavano discutendo da ore, Bossi fu preso da un crampo di fame, spalancò il frigo ci trovò solo una scatoletta e disse: «Mangiamoci almeno questa». Passò alla storia come la «cena delle sardine». E fu una fiammata, un fraseggio effimero che si concluse con una rottura: il Senatùr scelse di correre da solo (raggiungendo il suo massimo storico) il centrosinistra per conto proprio, scegliendosi Romano Prodi come leader e riuscendo a conquistare la maggioranza.
Lo spirito dell’Ulivo durò poco o nulla, D’Alema aveva investito il Professore, in una cerimonia spartana in un cinema romano, come un Titano che calava la sua potenza su uno gnomo: «Noi le conferiamo la nostra forza...».

Quell’investitura finì quasi subito dopo il voto, nel convegno di Gargonza del 1996, in cui lo stesso D’Alema postulava la necessità che il leader del principale partito della sinistra (cioè lui) fosse anche il premier. Sembrava all’epoca che Veltroni fosse l’alternativa ulivista al dalemismo socialdemocratico, ma quando poi il governo Prodi cadde nel 1998 il Professore andò a gridare: «No, no, no!» (tre volte) e Veltroni si accordò con D’Alema: sostegno al nuovo governo, e in cambio la segreteria del partito.
Quando anche il governo D’Alema cadde, i due leader anche se apparentemente distanti si ritrovarono uniti nella scelta strategica: scaricare Giuliano Amato e investire Francesco Rutelli, separandosi da Rifondazione. «Finiremo su una sedia a Rutelle!», sibilò il dottor Sottile e infatti così fu: sonora sconfitta e di nuovo il centrodestra al governo, ancora una volta alleato del Carroccio. Adesso la Lega era tornata un partito barbaro, secessionista ed eversivo. I due contendenti apparenti furono d’accordo nel ricostruire il rapporto con Rifondazione, se non si poteva allargare l’asse a destra bisognava per forza farlo a sinistra.

Fausto Bertinotti dopo essere stato definito il killer di Prodi ritornò improvvisamente uno statista, un interlocutore di rispetto sia per Veltroni che per D’Alema. Di più, Veltroni costruì sul suo rapporto con Rifondazione la sua elezione a sindaco di Roma. Il secondo governo Prodi finì come il primo e, curiosamente, consegnando a Veltroni e D’Alema due ruoli esattamente ribaltati: questa volta era D’Alema che sosteneva la necessità di mantenere il rapporto con Bertinotti (che aveva dettato la fine di Prodi definendolo «il più grande poeta morente») e invece era Veltroni che diceva: «Facciamo la nostra grande scelta di coraggio, correremo da soli con il Partito democratico». Fu una sconfitta e peggiore del previsto: nove punti di distacco.

Alla fine, e siamo a oggi, ritornava di nuovo quella tentazione: usare Bossi come grimaldello per scardinare la saracinesca del centrodestra. Per un mese sia per Veltroni sia per D’Alema il Senatùr era tornato una costola della sinistra, un interlocutore possibile, un «leader federalista» con cui dialogare. Due giorni fa la nuova doccia fredda: Bossi che alza il medio durante l’inno, le polemiche su Mameli e sul Va’ pensiero, di nuovo ogni finestra di dialogo che si chiude. E così, sotto le bandiere del Pd restano quei due contendenti, Veltroni e D’Alema, ma una strategia non c’è. C’è chi dice che bisogna ricucire il filo con Rifondazione comunista, soprattutto se - come spera D’Alema - vincerà Nichi Vendola. Chi, come Veltroni, spera ancora nel mito «dell’autosufficienza». In entrambi i casi, nel centrosinistra tutte le strade sono state esplorate e l’unica certezza è questa: così come sono, né il Pd, né il vecchio Ulivo riescono a scalfire il consenso del centrodestra nel Nord. Ci vorrebbe un altro colpo di genio, una nuova «cena delle sardine». Ma il frigo è vuoto e Bossi lontano e irraggiungibile, spinto anche dalle polemiche di questi giorni tra le braccia del Cavaliere.