Veltroni dice addio all'Africa: ora è l’uomo "nuovo" del Pd

Aveva promesso che si sarebbe ritirato dalla politica
per dedicarsi a libri e beneficenza, ma ci ha ripensato: "Il mio posto
è nel partito". Gelo di Bersani

Roma - Salvate il compagno Pierlenin, per favore. Come Sisifo, il segretario pidì Bersani non fa in tempo a portare il macigno verso l’orlo del baratro, che quello gli precipita rovinosamente all’indietro. Fatica degna di miglior causa, senza dubbio.

Era partito malissimo, Bersani, sponsorizzato dal peggiore degli sponsor sulla piazza, D’Alema. Coraggiosamente s’era caricato sulle spalle l’Anchise putativo, riuscendo a banalizzarne le colpe e a tenerlo quasi silente. Finché da qualche giorno, se dio vuole, se lo vedeva già in partenza per l’Unione europea (biglietto di sola andata). Quanto al macigno Prodi, Pierlenin l’aveva sollevato prima che quello se ne accorgesse, facendosi scortare dai suoi più arzilli corifei: la petrosa Rosy Bindi, l’impenetrabile Letta junior. Al puntuto avversario Dario Franceschini, con piglio democristiano, il giorno dopo la vittoria aveva pure saputo spuntare le unghie, bastandogli il piatto di lenticchie della presidenza dei deputati. Tutto sembrava fatto, tutto era pronto per la dolce operazione di scarico dell’alleato Di Pietro.

Ma ecco rotolargli addosso la mattonata inattesa. «Torno a partecipare alla vita del Pd», il grido dall’oltretomba raccolto dal Corsera. E sotto una coltre di piombo tipografico, la sagoma indeformabile dell’uomo con la molla. Al secolo: Walter Veltroni, l’unico anticomunista che sedeva nella segreteria del Partito comunista; l’unico segretario riuscito a portare i Ds al minimo storico (16 per cento) e, qualche anno dopo, la sinistra fuori dal Parlamento e il Pd ai minimi termini.

Uno di quegli accidenti fortuiti, come Attila e la peste nera, che don Ferrante vedeva scritti nelle stelle e Bersani nel destino cinico e baro. Letto del ritorno, Pierlenin ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco: «Tutti devono dare una mano, ma il pluralismo non lo intendo come una casa dove ognuno ha una sua stanza, ma dove ognuno deve riconoscersi nel muro maestro». Tradotto: la stanza te la scordi, contro il muro ci vai a sbattere.

Ma anche Veltroni mira a costruire una muraglia cinese nel partito. Non senza, da par suo, aver promesso l’esatto contrario. Si tratta, come è noto, di uno di quei politici - i cittadini di Roma possono testimoniare - capaci, con il sorriso e le buone maniere, di mandare al tappeto indifferentemente un’intera città o un semplice premier (Prodi testimone). Aveva promesso che si sarebbe trasferito in Africa, e vi ha spedito l’ incauto maestro d’Ulivo («psicologicamente lo capisco, Prodi, ma il rapporto tra di noi non è mai cambiato», ha pure dichiarato il Nostro). Doveva poi chiudere con la politica di partito per dedicarsi alla letteratura, ma prima che quella se ne dolesse troppo è tornato, dice, perché «il mio posto è qui, nel Pd».
A corto di polemiche interne e uomini di corrente, capaci di dare voti e pagelle, il partito di Bersani ritrova così un artista. «Ho detto che rispetto le primarie e il loro risultato», dichiara Walter. Ma ha appena parlato della vittoria di Bersani come di una sventura («era nell’ordine delle cose che potesse accadere») e precisato che, rispetto alla sua incoronazione, «c’è stata meno gente, meno entusiasmo, meno carica, meno partecipazione di giovani». Sottolinea che Bersani ha contro il 47 per cento del partito, «e sono convinto che la sua intelligenza lo spinga a capire che il Pd va diretto rispettando le identità, le culture, le differenti posizioni». Segnali di guerra, insomma. E dunque: «C’è bisogno di un Pd unito».

Nell’intervista emerge come sempre il feroce animus veltronicus. Indulgente nei confronti della sua linea disastrosa, e i mirabolanti risultati del «partito frou frou» (definizione di Marini). Così anche con gli amici: se Rutelli non accetta il risultato delle primarie, va bene, «non condivido». Ben più gravi, si capisce, sono invece «le reazioni, non mi piace che aleggi l’accusa di tradimento». D’Alema, inutile dirlo, sbaglia sempre: «Ha detto che avrebbe fondato un nuovo partito di sinistra in caso di vittoria di Franceschini», mentre «per amore del Pd ho taciuto di fronte a cose insopportabili».

Non solo: «Vedo che ora si ricorre alle “veline rosse“(la nota velina dalemiana, stilata da Pasqualino Laurito, ndr), fogli secondo cui starei per andarmene dal mio partito: un mondo che mi fa tristezza, che non frequento, sono abituato a dire le cose in prima persona». In perfetta coerenza, felice viatico a D’Alema per la sua missione europea: «Mi auguro che vada in porto». A Capitan Baffino, un brivido è corso su per la schiena.