Veltroni e i finti appelli al dialogo

L’insofferenza di Silvio Berlusconi per le proposte di dialogo avanzate da Walter Veltroni è comprensibile. Dopo una campagna elettorale in cui il leader «democratico» aveva sostenuto l’idea di rapporti nuovi tra le forze politiche, riuscendo così a contenere la catastrofe lasciatagli in eredità da Romano Prodi, appena dopo il voto è scattato il solito circuito mediatico giudiziario per delegittimare il nuovo governo, e Veltroni si è prontamente allineato al tentativo in atto, finendo così al traino dell’«alleato» Antonio Di Pietro. Poi, dopo tanti errori, riportato alla realtà dalla grave crisi internazionale, è tornato in questi giorni a rilanciare «il dialogo». Nel suo stile abituale, richiamandosi oniricamente alla realtà americana: perché - chiede - Bush sulla crisi incontra i candidati alle presidenziali, repubblicano e democratico, e Berlusconi no? Vagli a spiegare che in America i repubblicani non hanno la maggioranza al congresso, che il presidente è in scadenza e c’è una campagna elettorale in corso. Mentre in Italia il centrodestra ha una solida maggioranza e le urne sono già chiuse da un pezzo. E che quindi le condizioni per il dialogo sono da costruire e tra queste condizioni non fa parte l’appellarsi a Berlusconi per salvare insieme l’Italia mentre schizofreneticamente si organizza una manifestazione per salvare l’Italia da Berlusconi.
Certo, con la crisi che c’è in giro, un po’ di dialogo servirebbe. E ci sono alcune condizioni per far ragionare persino il Pd. Gli industriali appena eletti in Parlamento tra i democratici e i parlamentari ex popolari non ne vogliono sapere di rompere con Cisl e Confindustria per inseguire il massimalismo della Cgil. I banchieri ulivisti, già baluardo del prodismo e fondamentali anche per il Pd, chiedono di sostenere Berlusconi nello sforzo di salvare la liquidità del sistema. Sindaci e governatori del centrosinistra hanno dialogato seriamente sul federalismo fiscale e sono pronti a fare la loro parte in tempi di crisi per sostenere Stato sociale e lavori pubblici, indispensabili per alleviare le sofferenze dei più deboli e sostenere l’economia.
Non mancano le basi per rapporti di dialogo e forse anche per far passare ai «democratici» l’antico vizietto di usare il confronto per dividere gli avversari e paralizzarne l’azione. Però oltre agli obiettivi che si possono perseguire unitariamente in Parlamento e nel Paese nel rapporto tra Stato, regioni ed enti locali, ci sono i temi su cui esistono solide divergenze di opinione tra maggioranza e opposizione. Ma, se si vuole costruire convergenze in comune sugli obiettivi necessari per contrastare la crisi, sui temi su cui invece ci si scontrerà democraticamente in Parlamento, si deve definire un modo civile di confrontarsi. Che naturalmente non è rinunciare alla dialettica e ai contrasti parlamentari, ma implica il fatto che, se una parte vota per riforme non condivise come la separazione delle carriere in magistratura o per il maestro unico, va contrastata politicamente ma non può essere additata come mostro autoritario o massacratore sociale. Dialogo e dialettica politica marciano insieme. Dialogo e demonizzazione con annesse manifestazioni, no.