Veltroni e Prodi litigano già (per bocca dei vice)

Bressa ironico: «Parisi è coerente e chiederà al Prof di firmare. O non è opportuno?»

da Roma

Fra Walter Veltroni e Romano Prodi è guerra. Per interposta persona, certo, ma guerra. Tutti lo sanno, nessuno lo dice, ma sempre guerra è, con tanto di segreteria politica della Quercia che si riunisce per difendere il sindaco dai referendari, evento a cui dopo tante celebrazioni unitarie, non si assisteva da almeno un anno. Ed il casus belli, ovviamente, è una questione di lana caprina, un referendum che probabilmente non si celebrerà mai, perché scavalcato dalle elezioni anticipate. Ma la politica italiana funziona così: i volenterosi prodiani partono all’attacco del «leader designato» con il coltello fra i denti, così come i loro contendenti sono ottimi mestieranti della politica che si ritagliano sui giornali una giornata di gloria estiva.
Ieri il botta e risposta dei «sostituti» Gianclaudio Bressa (margheritico di orientamento veltroniano) e Franco Monaco (ulivista prodiano) dominava inverosimilmente la giornata politica, ed era degno della «batracomiomachia» di Omero, il poemetto ironico in cui nella classicità greca si narrava in forma epica la lotta dei topi e delle rane per satireggiare sulle debolezze degli eroi classici. Ieri i topi e le rane (entrambi del Partito Democratico, e meno male che la fusione si fa per ridurre i conflitti!) si sono accapigliati ancora sul fatidico referendum elettorale. Bressa va all’assalto dei prodiani chiedendo con sarcastica efficacia ad Arturo Parisi: «Sappiamo che fa della coerenza un suo costume di vita. Per questo sono sicuro che oggi chiederà anche a Romano Prodi di firmare il referendum elettorale. Oppure non lo ritiene opportuno?». E il prodiano Monaco si divertiva a pungolare Veltroni replicando al collega: «Perché Bressa non pensa a far firmare Veltroni? Non crediamo che la sua firma possa danneggiare il governo più del suo sostegno». Simpatici scambi di fioretto intinti nel curaro. La polemica in realtà si regge per ciò che evoca, più che per quello di cui parla. Perché tutti capiscono che né Prodi né Veltroni hanno la minima intenzione di apporre la fatidica firma (salvo un piccolo terremoto di coalizione). E così tutto il centrosinistra finisce per dividersi come una mela su questo trionfo di astrazione. Compresi i due duellanti abituali, Clemente Mastella ed Antonio Di Pietro (che scelgono ogni giorno un tema su cui avere posizioni opposte). Il Guardasigilli (nemico giurato dei referendari), dice di apprezzare Veltroni: «Sul referendum dimostra grande serietà». E subito dopo si dedica pure lui al tiro a segno per interposta persona: «È inaccettabile da un punto di vista costituzionale che due ministri della Repubblica si facciano paladini della raccolta firme. Noi non accettiamo che dei ministri tifino a favore del referendum. Se la bozza Chiti non viene rispettata - minaccia - romperemo l’alleanza politica».
E se Mastella loda Veltroni, provate a indovinare: con chi si schiera Di Pietro? (Ma contro, ovviamente). L’ex pm attacca: «La posizione di Veltroni? Ambigua e furbesca, e perciò non all’altezza di un aspirante leader quale si propone di essere». Di più: «Una classica soluzione cerchiobottista - prosegue - per attrarre consensi a ogni costo. Governare non è dare ragione a tutti ma assumersi responsabilità» (non sono polemiche sceneggiate da qualche grande vecchio del centrodestra: per quanto sembri strano fanno tutto da soli nell’Unione). E così Bressa e Monaco duellano fino a sera. Ribadisce Monaco: «A Bressa - dice - sfugge la differente condizione di Prodi premier in carica rispetto a Veltroni candidato alla guida del Pd». Così, nel campo di battaglia irrompe anche la fanfara della Quercia, che lascia trapelare le parole sarcastiche di Piero Fassino in segreteria (in linea con Bressa): «Non mi pare - dice - che Parisi abbia chiesto a Prodi di firmare». E all’irritazione fassiniana risponde ancora Monaco: «A giudicare dal nervosismo di certe reazioni, sembra che al candidato unico debba corrispondere anche il pensiero unico. Circostanza singolare per un partito che chiamiamo democratico». E poi Parisi, rivolto a Fassino: «Il premier ha già scelto la via parlamentare». Come dire: guerra di topi e di rane, certo. Di deputati. Di ministri. Ma soprattutto di premier designati e di premier in carica, per il controllo di un partito che ancora non c’è. (E se continua così, forse, non ci sarà mai).