Veltroni, equilibrista e cinico: vince solo se perderà

Ha seppellito i Dico per non turbare i rapporti coi centristi, il suo punto debole è il «ma-anchismo». E ha bisogno di una sconfitta per rottamare i prodiani del Pd

Roma - E meno male che adesso nel Pd c’è tutta una nuova geografia, il «correntismo esotico» ci sono «il Birmano» (Piero Fassino) e il «Thailandese» (Goffredo Bettini). Un tempo c’erano la destra e la sinistra del partito, c’erano il migliorismo di Giorgio Napolitano o la radicalità degli ingraiani adesso tutto è diverso, e il Pd è un calderone in cui fra teodem, bindiani, blogghisti e lettiani, è difficile comporre una qualsiasi anagrafe.

Questo per dire che il punto di forza del «veltronismo» è l’assenza di una classe dirigente strutturata, e che il suo tallone di Achille è però lo stesso. E che la zavorra di un nuovo partito che non decolla sono proprio quelli che nella sua squadra dovrebbero essere considerati «i professionisti della politica» a cominciare dall’impresentabile Goffredo Bettini, uno che ieri, per difendersi dall’accusa innegabile di Clemente Mastella di essere un lottizzato (prima all’Auditorium, e poi al festival del Cinema dove non è stato nominato dallo Spirito santo) si inventava patetici sponsor, elencati con prosopoea grottesca in una lettera a Dagospia: «Non i segretari dei partiti locali, ma personalità libere come Gianni Letta, Renzo Piano, Luciano Berio, Bruno Cagli, Innocenzo Cipolletta, Andrea Mondello, Cesare Romiti, mi hanno chiesto di continuare nel mio lavoro». Fantastico. Come l’altrettanto grottesco racconto sulla casa in Thailandia trasfigurata in una sorta di missione di beneficenza e addirittura nobilitata da una ridicola onorificenza: «Il Re della Thailandia - scrive Bettini - mi ha conferito la più alta decorazione di quel Paese: “Cavaliere comandante del nobilissimo ordine del Regno di Thailandia”».

Ecco, il Pd di Veltroni è anche questo, un impasto di vecchio e nuovo in cui ancora non si capisce chi comanda, se le facce dei giovani di Scampia o Bassolino, se Paolo Fresu o i «thailandesi». E lo stesso sindaco di Roma ancora non ha deciso cosa essere, se «il neokennedyano che corre da solo» contro tutto e tutti, o il politico che per convenienza seppellisce le unioni civili.

Ieri, a Radio24, un osservatore non certo tenero con la sinistra come Giampaolo Pansa riservava a Veltroni una sorprendente apertura di credito: «Sono andato a rivedermi le cose che aveva detto sei mesi fa, sono le stesse che ripete oggi. L’idea di lasciare a casa l’Unione, e di provare una campagna elettorale tutta nuova mi pare molto coraggiosa, e anche giusta». Ma non tutti nel Pd condividono una scelta che pur attirando sul Pd un fortissimo potenziale di attrattiva e di interesse, rendono «decoubertiniana», per dirla con Clemente Mastella, la sfida contro le corazzate della Cdl, fortissima soprattutto al Nord.

Dicono che Veltroni la sconfitta la metta già nel conto, e che abbia bisogno del lavacro di una sconfitta per ripulire la classe dirigente, e rottamare gli stati maggiori del passato. Ma farlo non sarà semplice, e nessuno dubita che dopo mesi di unanimismi posticci, stavolta si vedranno le facce cattive. Anche perché non pochi già rimproverano a Walter di essersi attardato nel dialogo con il Cavaliere, di aver fatto con Berlusconi una Bicameralina che si è chiusa come la prima ovvero con un nulla di fatto. E di aver ecceduto con Berlusconi proprio sul terreno della eccessiva fiducia che gli antidalemiani come lui rimproveravano a D’Alema.

Insomma, su Veltroni grava lo spettro del rinnovatore incompiuto, quello che lui stesso fu ai tempi dell’I care, quando provò ad innervare nuove culture del corpo esausto della Quercia, e si ritrovò rigettato, e costretto all’arrocco della sindacatura romana. Molti si chiedono se il «modello Roma» sia davvero esportabile sul piano nazionale, se cioè l’abilità di un sindaco tuttofare capace di supplire con il suo innegabile attivismo alle carenze degli assessori più brocchi (chi scrive ricorda una conferenza stampa in cui l’assessore all’Istruzione sbagliava il numero degli asili e il sindaco puntualizzava pignolo) possa reggere alla prova di un sistema ipercomplesso come la politica nazionale. La verità è che il vero tallone di Achille del veltronismo approdato alla leadership è stato invece la devastante sentenza satirica del ma-anche, l’idea che il coraggio riformista ci può anche essere, ma non confligge mai con nulla e con nessuno, l’idea che la modernità del Terzo millennio ha comunque bisogno dei riti unanimistici. Ieri il sindaco-leader si è diviso fra il Campidoglio e il suo loft, «dove - come racconta uno dei dirigenti a lui più vicini, l’ex leader dei giovani Vinicio Peluffo - è capace di stressare e di logorare due staff senza fare una piega». Ma anche il mito del superomismo veltroniano dovrà arrivare al tempo delle scelte e della verità, dovrà declinare i sogni sul terreno delle scelte non conciliabili, dovrà certificare che non si può stare contro Prodi ma anche con lui, per il rinnovamento in Campania, ma non anche con Rosa Russo Iervolino e Antonio Bassolino. Dovrà correre da solo «per». Ma anche con coraggio «contro» qualcuno.