Veltroni ferma il dialogo: «non ti curar di lor...»

Caro Granzotto, secondo le ultime dichiarazioni pare proprio che il periodo del dialogo costruttivo sia finito per il nostro governo. Sembra infatti che ci risiamo, l’un contro gli altri armati. La guida del Partito democratico, Walter Veltroni, ha addirittura decretato ufficialmente la fine del «dialogo», sebbene non molto tempo fa ne fosse il più fermo sostenitore. A quel punto l’onorevole Di Pietro cos’ha fatto? Esulta, ovviamente dato che, aggiungo io, non aspettava notizia migliore. La reazione di Pier Ferdinando Casini potrebbe essere tranquillamente sintetizzata con un suo fregarsi le mani. Di fronte a questi fatti e reazioni, mi domando e le rivolgo il seguente quesito: sarà anche questa una legislatura di lotta e di «stop and go»?


Che sia Veltroni a decretare la fine del mitico «dialogo» è proprio il colmo, caro Costa. Veltroni è infatti il dialoghista massimo, il teorico e il paladino del dialoghismo, un maniaco della dialogocità. Le sue parole d’ordine sono sempre state, in ogni occasione, dal rapporto con Hamas alla trattativa coi tassisti: «Dialogare», «Non interrompere il dialogo», «Proseguire nel dialogo» e «Riaprire il dialogo». Perché per Veltroni il dialogo è tutto e senza il dialogo non c’è niente. Zero. E nel nulla, nello zero, è dunque destinato a precipitare. Peccato solo per quel governo ombra, così politicamente corretto, così fumo di Londra, très chic, e che ora dovrà radunare le sue carabattole e sloggiare dalle anticamere istituzionali. Si torna all’opposizione col coltello fra i denti, quella che piace tanto al truce Antonio Di Pietro (sempre lì lì per rivoltare Berlusconi «come un calzino») e a quelle mammole di Casini&Follini, la coppia d’avanspettacolo che assicurerà un tocco scanzonato, frizzante, alle plumbee manovre di disturbo di una minoranza che più minoranza non si può. E che è ancora lontana, vedi i recentissimi risultati elettorali in Sicilia, un secco doppio «cappotto», dal solo percepire una luce in fondo al tunnel.
Non vorrei passare per cinico, caro Costa: creda, il voltafaccia di Veltroni mi ha amareggiato assai. Però, riflettendo che non tutti i guai vengono per nuocere, non sto a buttarmi troppo giù. La faccenda ha infatti il suo risvolto positivo: venendo a mancare ’sto benedetto dialogo il lavoro del Cavaliere risulterà di conseguenza più facile e svelto. Niente più minuetti, niente più quadriglie, inchini, riverenze e scambio delle coppie. Il governo ha il diritto e il dovere di governare, per cui governerà mettendo in atto un programma sottoscritto dalla maggioranza degli elettori ovvero, in democrazia, dal Paese. E se a qualche settore della magistratura verrà il mal di pancia, amen. La magistratura deve applicarle, le leggi. Il compito di scriverle è monopolio del Parlamento. E se alla Finocchiaro viene il mal di pancia per il ricorso all’esercito - «come in Colombia», aggiunge Di Pietro - per prevenire il crimine, doppio amen e viva la Colombia. E se Marco Travaglio intenderà farsi arrestare pubblicando - quale atto di disobbedienza civile - le intercettazione telefoniche, s’accomodi. Disubbidisca, disubbidisca pure, non saremo certo noi a trattenerlo. E se, causa fine del dialogo, a Giovanna Melandri - esperta in «turismo consapevole» nelle ville di Malindi - salta la nomina di presidenta (nota: presidenta con la «a» finale.) della Rai, cosa le devo dirle, caro Costa? Ce ne faremo una ragione.