Veltroni il finto nuovo ora gioca a fare Obama

Da sempre cerca il consenso, si spaccia per buono e scimmiotta le tante icone del suo Pantheon. E' sindaco, è stato consigliere comunale, deputato, direttore dell'Unità, ministro e leader ds

Roma - «Okkei, se po’ fa’», anzi «dai che je la famo»: l’avesse detta così sarebbe risuonata più credibile almeno all’orecchio dei romani che sta amministrando ancora per pochi giorni. Ma con quel «yes we can, ok» che scimmiotta Barack Obama, chi spera di incantare, Walter Veltroni il nuovo più del buono, Fregoli più di Zelig? Il leader del Partito democratico è un fuoco d’artificio senza freni e senza rete, stupisce coi più impensabili voli pindarici, senza sprezzo del pericolo e del ridicolo.

Eccolo, ora s’incarna nel candidato alla Casa Bianca, ne fa sua l’immagine e gli slogan. Barack Veltroni l’Africano: o non lo dice sempre che è lì lì per ritirarsi a vita privata e andare a rendersi finalmente utile nel continente nero? Sarà felice Obama, quando saprà che Veltroni lo preferisce a Hillary, lo ama, lo segue e lo copia. Purché non gli dicano che solo pochi mesi fa era innamorato del «modello Sarkozy». E ancor prima di Enrico Berlinguer, ma affastellato tra le icone di Martin Luther King, dei Kennedy - John e Bob però, i due martiri, mica il terzo di Chappaquiddick -, di Gramsci, Ho Chi Minh, pure Lenin e don Milani della scuola di Barbiana. Sì, da I care a We can, passando per Imagine e una proiezione di Fragole e sangue: coi modelli e coi miti Veltroni sforna frullati e frappè buoni per tutti, dunque pessimi.

Come la sua voglia di nuovo del resto, spasmodica e sempre più stupefacente, perché nuovismo fa rima con buonismo e Valtere je la famo è sempre a caccia dell’oscar per il piacione dell’anno. Per avvalorarsi come «il nuovo che avanza», ora rompe con tutto il resto dell’Unione, «il Pd va da solo anche al Senato» è l’annuncio di ieri, e scopre l’acqua calda promettendo che se vincerà (?!) darà vita ad un governo «con soli 12 ministri». Che è banalmente quanto stabilisce la legge Bassanini riesumata l’anno scorso. Sì, il nuovo che avanza... Sapete da quando è in pista il giovane Walter? Dal 1975, quando fu incoronato segretario romano della Fgci, l’organizzazione dei giovani comunisti. Da allora ha fatto di tutto e di più, il consigliere comunale, il deputato per quattro legislature, ha diretto l’Unità, è stato ministro e vicepremier, ha fatto il segretario dei Ds, sindaco di Roma sino alla prossima settimana.

Già, tutto il nuovo che poteva inventarsi per la città eterna, ora che molla il Campidoglio per guidare il partito dei (post) cattocomunisti alle elezioni, è indicare come suo successore Francesco Rutelli, che sindaco è stato prima di lui per due mandati. «Mi piacerebbe se Francesco tornasse», ha sospirato con decisione. Risiamo alla staffetta di beata memoria, l’eterno ritorno del sempre uguale. Sarà giovane (relativamente) d’età, non avendo compiuto ancora i 53, ma smanetta in politica - subito nelle stanze dei bottoni, mica come militante e portatore d’acqua - da ormai 33 anni. Non malignate che sarebbe il tempo giusto per finir sulla croce, limitatevi a suggerire che meriterebbe la pensione. Pensione molto onorevole che in verità già incassa dal compimento dei 50 anni, per le quattro legislature fatte, e che alla scoperta giornalistica del cumulo con l’indennità di primo cittadino ha rivelato che la gira in beneficenza ai bambini poveri dell’Africa. E la domanda più cruciale, ora è: che cosa manderà a quei bambini, quando non avrà più lo stipendio di sindaco e gli sospenderanno la pensione poiché incassa l’indennità parlamentare?

Alle altre domande, il giovane Walter risponde senza dolori e con accattivante faccia di bronzo. «Dobbiamo abbandonare l’odio e abbracciare la speranza», ha detto ancora ieri scippando un altro slogan di Obama e declamandolo con gli occhioni lucidi di una santarellina. Perché la sorpresa delle primarie americane? Perché «era dato 35 punti sotto la Clinton e ora gli ultimi dati gli danno più delegati di lei». Capita l’allusione? Se ce la fa lui, anche io posso battere Berlusconi. «We can, certo che sì», ha risposto serissimo alla domanda, un po’ scherzosa e provocatoria, se davvero pensa di vincere le elezioni. Gli alleati - ex, ormai - lo accusano di regalare al Cavaliere un venti o trenta senatori mandando il Pd in corsa solitaria anche a Palazzo Madama, e lui s’inalbera sprezzante, ma sì che je la famo, «ne sono convinto non solo per i sondaggi che lo dicono, ma per lo stato d’animo dei cittadini».

Yes we can ha preso il posto di I care, mi sta a cuore, che don Milani aveva fatto scrivere su una parete della sua scuola a Barbiani, e che Walter l’Americanino aveva pompato da segretario nel congresso al Lingotto di Torino. La musica è ancora quella di John Lennon, Imagine, «sopra di noi solo il cielo». Però senza ripudiare I have a dream di Luther King, la nuova frontiera di Kennedy, il compromesso storico di Berlinguer, le ceneri di Gramsci e via via a risalire. Non ci credete, date retta ancora al Veltroni che assicura «non sono mai stato comunista»? Gustatevi un paio di citazioni: «Si esalta nell’originale elaborazione italiana l’affermazione di Lenin secondo la quale la democrazia e il socialismo si saldano fortemente e la rivoluzione democratica apre la strada a quella socialista». Vi risparmiamo quella su Ho Chi Minh e «il piccolo popolo che ha sconfitto il grande colosso americano», anche quella sull’«asservimento della Democrazia Cristiana e dell’Italia stessa al soldo ed al volere degli americani», per passare a questa che farà la gioia dei nuovi partner coi quali ha fondato il Pd: «Occorrerebbe, per svolgere un’opera di reale rinnovamento, che la Dc condannasse se stessa per il suo passato, per l’espulsione dei comunisti dal governo dopo la guerra, per aver venduto agli americani il proprio partito, e il nostro Paese, per aver giocato la carta della legge truffa», quella del premio di maggioranza.

Non è Massimo D’Alema questo, e nemmeno Oliviero Diliberto. È Veltroni del 1976, annata memorabile. È più trasformista di Fregoli, più camaleontico di Zelig, più versatile di Noschese. Non vi stupite se si togliesse gli occhiali, due o tre lampade al viso ed eccolo a intercalare «mi consenta», con la «e» stretta di Berlusconi. Che tutto sommato, pur coi suoi 71 anni, è politicamente più giovane di lui.