Veltroni, il futuro nato già vecchio

Un po' stupisce. Lui, unto dei media, il candidato che tra i sostenitori ha più cantanti di dieci festival di San Remo, Walter Veltroni, quando parla - si tratti di qualche mirabolante idea sulla governance della Rai o dell'invito a copiare Nicolas Sarkozy nelle politiche del lavoro - è accolto con sufficienza innanzi tutto da chi nel centrosinistra ha ancora la testa sulle spalle. Che questo succeda a Romano Prodi non è più una notizia: il presidente del Consiglio è ormai considerato una catastrofe ambulante che il centrosinistra è costretto a reggere perché non trova la soluzione per liberarsene. Lui stesso è consapevole della situazione e, con la sua tipica malignità, accentua l'irritazione popolare, sapendo che il prezzo sarà pagato da un centrosinistra colpevole di volerlo scaricare. Così si spiegano certe frasi prodiane: «La società civile è peggio di noi», «Non strozzeremo i cittadini», «Sono più sveglio di un... Grillo» e così via. Battute pensate per gettare sale sulle ferite del diffuso malcontento.
Ma se Prodi ha perso ogni autorevolezza, come mai lo stesso succede «alla grande speranza», «all'unica possibilità di riscatto», «all'ultima risorsa» del centrosinistra, al magnifico Candidato? Come mai ogni volta che assume una posizione, proprio le persone di buon senso del centrosinistra esprimono disappunto? Il fatto è che quel po' di politica di qualità che c'è ancora nella deteriorata sinistra italiana avverte al volo quanto siano fasulle le svolte del sindaco di Roma: chiede di allontanare la politica della Rai, dopo avere intrigato con Prodi per mettere Fabiano Fabiani nel consiglio d'amministrazione, se la dà da riformista sulle questioni del lavoro, e intanto tramicchia con il vecchio amico Fabio Mussi - anche a questo serve la lista «A sinistra per Veltroni» - per dare centralità alla nuova Cgil allo sbando, la cui linea iperstatalista è dettata dal pubblico impiego.
Una Afef qui, una Francesca Archibugi lì, e Veltroni spera di mascherare i contenuti concreti della sua politichina. Ma chi conosce la fatica di fare il riformista in questa sinistra senza guida, come il povero Cesare Damiano, non ci sta a questi giochi di prestigio e sgonfia la bolla veltroniana. E, poi, naturalmente, pesa come sono organizzate le primarie per il Partito democratico. Persino un tifoso come Mario Pirani se ne è dimostrato disgustato ieri su Repubblica. Contese dove ci sono tre liste dai nomi «Per Veltroni», «Con Veltroni», «Assieme a Veltroni», dove quell'incredibile pasticcione di Piero Fassino interviene per separare un Filippo Penati da un Antonio Panzieri, per poi cedere ai capricci-ricatti di una Barbara Pollastrini che vuole essere capolista a Milano centro. Dove dalla Campania al Piemonte è un ribollire di imbrogli che fanno rimpiangere a Emanuele Macaluso la Dc più dorotea per la chiarezza di idee e trasparenza di interessi. Questo ambientino non è stato imposto al Candidato ma è quello che lui ha determinato, imponendo a ogni libero confronto la pressione di quel che resta del mitico apparato del Pci unito al correntismo sinistro-dc, per procedere nel suo tradizionale «modernismo» corazzato da quel che c'è di più di vecchio nella società italiana.
Lodovico Festa