"Veltroni al governo? In Africa, yes we can"

E va bene che un grande striscione implora «Silvio salvaci tu», ma come si fa ad annunciare ai romani - romanisti e laziali in ugual misura probabilmente - con orgoglio e soddisfazione che Ronaldinho «verrà nella squadra campione del mondo del Milan»? Sarà che era in pista dalle 8 del mattino Berlusconi, ma deve aver dimenticato che almeno all’ombra del Colosseo la fede calcistica è più forte di quella politica. Così, dalla piccola folla assiepata sotto il palco all’Arco di Costantino la bella notizia - per i milanisti - è stata salutata con una raffica di fischi. Breve, perché il Popolo della libertà ama comunque il suo leader, ma intensa. E subito archiviata per tornare agli applausi, alle grida osannanti e all’ondeggiare frenetico delle bandiere.
È stata lunga l’attesa, ieri sera al comizio di chiusura della campagna elettorale romana del Pdl. Striscioni e slogan rigorosamente divisi in due categorie, pro Berlusconi e contro Veltroni. Al sindaco uscente di Roma e contendente del leader, esortazioni all’esilio africano: «Veltroni al governo? In Africa si può fare, yes we can», e ancora «Veltroni fai un favore a te e a noi italiani, il passaporto per l’Africa è fatto, questa s’ha da fa’». A Berlusconi implorazioni taumaturgiche e dichiarazioni d’amore, da «liberaci dal male» a «Silvio le donne di Gaeta con te, assolutamente in piedi». Da Gaeta sono partiti quattro pullman, non di sole donne ma in buona maggioranza.
Più che a portar gente, l’organizzazione ha provveduto all’immagine politicamente corretta. Un mare di bandiere, ma nemmeno una di An o Forza Italia, tanto meno con l’edera repubblicana o lo scudo crociato. Non manca qualche tricolore ovviamente, ma la quasi totalità son vessilli biancoazzurri che sventolano «Il Popolo della libertà - Berlusconi per Alemanno». Ce n’è qualcuno con la variante «Berlusconi presidente», ma i più sono per il candidato al Campidoglio, probabilmente essendo pacifica la vittoria alle elezioni politiche, ancora tutta da vedere quella cittadina.
La gente che assiepa i giardini sotto il palco non è esattamente quella dei cortei della Cdl o delle manifestazioni contro il governo Prodi, rivela venature mutate, di non facile lettura ma senza dubbio popolari. Facce ed abiti di ceto medio e basso, che stridono col parterre dei vip nel recinto esclusivo del comizio. Non ci sono giovani, ma una gran massa di quarantenni ed oltre. In compenso, tante madri e padri giovanili con carrozzine e ragazzini. Molte le Vuitton esibite, di chiara provenienza vu’ cumprà, jeans e pullover. Che sia questo, il nuovo popolo della libertà, il target del futuribile partito di centrodestra? Spicca il gruppo organizzato dei De Lillo, i Kennedy de noantri, che hanno candidati al Comune e alla Provincia. E riconosci gli sguardi un po’ spaesati dei militanti An, dispersi in questo mare indistinto, centrista e neodemocristiano: si muovono imbarazzati e come orfani, senza i loro striscioni e i loro simboli, privati per ordine categorico del vertice della loro identità comunitaria.
Nell’attesa che Antoniozzi (candidato presidente provinciale), Alemanno e Fini salgano sul palco a far da battipista per Berlusconi trattenuto in tivù da Vespa, son tutti lì con occhi ed orecchi al palchetto laterale dell’orchestra. Cantano Alessandra e Francesca, dirige il maestro Morselli in completo laminato bronzeo, che ormai dilaga dal Maurizio Costanzo show al Family Day. La cantante indossa un gonnino bianco su fuseaux neri, e anche il repertorio è iperpopolare, da festa del santo patrono o dell’Unità (l’Italia è ormai una marmellata trasversale), spazia da Santana a Dieci ragazze per me. Berlusconi tarda, sono le 18 e Morselli monopolizza attenzione e megaschermi, incita «su le mani!» intonando Vorrei la pelle nera inframezzata da Gloria: chi gliela strappa più questa Woodstock strapaesana?
Nemmeno l’avvio dei comizi riesce a galvanizzare la gente. Sino alle 19, quando finalmente compare il leader e tutti sembrano impazzire, «Silvio! Silvio! Silvio!». Le bandiere sfidano il cielo che imbrunisce, sotto e sopra il palco si leva il coro. «Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, l’Italia chiamò».