Veltroni, dopo i fiaschi i fischi

Faceva una certa impressione, ieri, osservare il primo piano sgranato di Walter Veltroni mentre era fischiato sul palco di Montecatini Terme dall’assemblea furibonda dei socialisti italiani. Faceva impressione, da un lato, perché i visi dei leader sono sempre il palinsesto delle loro biografie politiche, e quella di Veltroni è diventata improvvisamente il ribaltamento di se stesso. Sino a un anno fa ovunque era acclamato come un vate, adesso si ritrova addosso un surplus di animosità, come nella canzone di Antoine Tu sei buono, ti rirano le pietre - Sei cattivo, ti tirano le pietre. Insomma, adesso, ovunque vada, Veltroni, raccoglie pietre, sicuramente più di quelle che si merita, ma una parte se le merita perché ha vissuto nella certezza di essere intoccabile, nella presunzione di essere nel vero. E dunque, malgrado la meravigliosa battuta di ieri («La cosa che non mi aspettavo erano gli applausi»), non c’è dubbio che la rabbia dei socialisti abbia radici più lontane che nella cronaca, e che risalga a quel patto pre-elettorale quando il Pd, convinto «dell’autosufficienza», li mandò allegramente a quel paese, rifiutando loro l’apparentamento elettorale, e condannandoli all’esclusione dal Parlamento. Certo, si sa, la politica è l’arte del possibile, eppure è quasi grottesco, in questi giorni, assistere al vertiginoso «indietro tutta» con cui i dirigenti del Pd hanno cambiato la loro linea politica. Fino a ieri lo slogan sulla bocca di tutti, da Veltroni a Franceschini, fino all’ultimo sottopanza, era «abbiamo una vocazione maggioritaria»; due giorni fa, sull’Unità si poteva leggere un’intervista del grande stratega Goffredo Bettini, numero due del partito, che sosteneva esattamente il contrario: «Serve una grande alleanza, da Casini alla sinistra radicale». E dunque, oggi, gli uomini del loft sostengono esattamente l’opposto di quello di cui si dichiaravano certi, finalmente hanno digerito la sconfitta (anche se ancora non l’ammettono) e proprio per questo, solo adesso verificano quanto sia profondo il pozzo del rancore dei loro ex alleati. E poi, l’altro apparentemente casuale parallelo, che veniva innescato dai fischi di ieri, era quello fra il Berlusconi che cavalca con boria spavalda gli ululati che gli precipitavano sulla testa durante il suo intervento alla Confcommercio, e la faccia interdetta con cui Veltroni, pur preparato, dimostrava che i fischi una cosa è capirli, l’altra incassarli. C’è, nella politica italiana, una vera e propria estetica della contestazione, i rapporti fra il Pci e il Psi furono demoliti dai famosi fischi di Verona contro Enrico Berlinguer (Craxi disse: «Non so fischiare, altrimenti avrei fischiato anche io»), Sandro Pertini arrivò a teorizzare che i fischi erano una libertà civile («Libero fischio in libera piazza») e un memorabile Amintore Fanfani riuscì a ribaltare il peso insostenibile della contestazione con una delle sue pirotecniche battute: «Ho fatto nelle piazze d’Italia le campagne elettorali del ’46, del ’47 e del ’48: se avessi avuto paura dei fischi, voi oggi non sareste qui». Insomma, da sempre, ma soprattutto, oggi, nel tempo dell’immagine, i fischi in politica sono un giudizio di Dio, una forca caudina, una sorta di esame per i leader che affrontano le passerelle infuocate della militanza. Francesco Rutelli, per paura dei fischi alla marcia della pace Perugia-Assisi nel 1999, risalì sulla macchina dopo aver percorso cento metri ad esclusivo beneficio dei fotografi. Massimo D’Alema, decise di percorrere a piedi, sotto i lazzi di quegli stessi contestatori ben undici chilometri. E fu un successo di immagine. Pubblicata dalla stampa, la notizia della fuga di Rutelli diventò la certificazione di una paura preventiva, insomma, l’amplificazione di una figuraccia. Raccontata come invece un eroico calvario, la passerella di D’Alema, impegnato in irresistibili botta e risposta con i contestatori, diventò un piccolo monumento. Il leader dell’allora Pds rispondeva al telefonino, con tono spavaldo, di fronte ai cronisti e diceva alla moglie: «Cara Linda, dove gridano “Buffone! Buffone!” io sono lì». Ma c’è infine un ultimo dettaglio che è tutto scritto nel carattere di Veltroni, che dà una connotazione particolare alla contestazione di Montecatini. Il leader del Pd, che è un mago delle pubbliche relazioni, ed è uno dei leader che ha comunicato all’esterno un’immagine iper gioviale del suo carattere, dimostra di avere un piccolo tallone di Achille, quando è sottoposto ad eventi imprevisti. Fu altrettanto eloquente la sua espressione basita a Ballarò, quando Floris lo mise di fronte, per la prima volta, al suo imitatore Crozza. Quello, dopo averlo serenamente e pacatamente preso per i fondelli, gli domandava: «Veltroni, si riconosce?» e lui, ancora una volta sottoposto a un primo piano implacabile: «Eh? Che cosa? Ma lasciamo stare...». Insomma: i fischi in sé non sono dannosi, né sono certificati di morte civile, i fischi fanno male se la coda di paglia che hai ti rende impossibile incassarli bene.
Luca Telese