"Veltroni inesistente, governeremo 15 anni"

All’assemblea dei costituenti del Pdl il premier attacca la sinistra: "Se questa è l’opposizione non ci sarà alternanza". E a Veltroni: "Ha aperto al dialogo poi ha cominciato a rincorrere Di Pietro. Con i democratici non si può collaborare". Poi accelera sulla
riforma della giustizia

Roma - Walter Veltroni? Non pervenuto. Aveva iniziato bene, cercando il dialogo. Ma poi si è sciolto come neve al sole. Tanto che oggi «è veramente inesistente». Il Pd, di conseguenza, «non è in grado di governare». Figuriamoci. Altro che alternanza, sarà l’attuale maggioranza a guidare a lungo il Paese. Silvio Berlusconi va all’attacco. Accelerando anche sulla riforma della giustizia. E lo fa nel giorno in cui - accolto dalle note di «Azzurra libertà», pare senza mugugni da parte dei «cugini» di An - riunisce per la prima volta, al Tempio di Adriano, i cento costituenti del Pdl. Chiamati a confrontarsi sulle regole, a definire le prossime tappe, ad avviare il percorso che porterà, entro febbraio, alla nascita del partito unico.

Certo, il Cavaliere parla anche di valori condivisi, di apertura massima a cui puntare, di legge elettorale per vincere alle europee, di strategie di comunicazione. Ma l’intervento del premier, rivolto agli azzurri, agli «amici» di An e al resto della truppa alleata, suona un po’ come il the end alla «soap» sul dialogo. Impossibile da portare avanti con chi «ci ha deluso», perché ancora in preda ai «vecchi vizi del passato».

«Questa sinistra non è capace neanche di fare opposizione», sottolinea infatti il presidente del Consiglio, convinto che «non si può collaborare». E il segretario del Pd, che «aveva cominciato bene, nei fatti si è rivelato inesistente», inseguendo Antonio Di Pietro e «accusandoci di portare l’Italia alla rovina». Insomma, «sono posseduti solo da invidia e odio di classe». Fine dei giochi. E «se il Pd è questo, dimentichiamoci l’alternanza e prepariamoci a governare a lungo, magari per i prossimi 10-15 anni».

Per farlo, però, bisogna anche puntare sulla costruzione di un «partito aperto e in contatto con la gente, attraverso sedi locali, gazebo, circoli da mantenere vivi, Internet». L’obiettivo è lo stesso di quello lanciato nel ’94. Ovvero, «recuperare il consenso di tutti i moderati che non si riconoscono nei valori della sinistra». Certo, «avremo resistenze, ma c’è lavoro, spazio e gloria per tutti». E se il Pdl adesso viaggia intorno al 40% - spiega Berlusconi ai costituenti, presente quasi tutto il governo - deve puntare sempre più in alto, magari a superare il 50% dei consensi. E voi, sottolinea, «siete qui per elaborare lo statuto di una forza politica nuova che rappresenti credenti e non credenti, laici e cattolici, riformisti».

Tra meno di un anno, puntualizza inoltre Berlusconi, ci sarà il primo banco di prova: le europee. «Serve una legge elettorale senza preferenze e con sbarramento al 5%», ribadisce il premier, chiudendo di fatto la porta all’Udc, il cui obiettivo è far diventare il Pdl primo gruppo parlamentare all’interno del Ppe. Nel frattempo, «basta con il chiacchiericcio». Quindi, maggiore coordinamento sul versante comunicazione e interviste da limitare: «È meglio parlare nelle conferenze stampa istituzionali, come faccio io». Applausi, anche per il presidente della Camera, Gianfranco Fini («presente in spirito», assicura il Cavaliere). Il «parlamentino» dei costituenti si aggiorna. Intanto, a piazza di Pietra, ad attendere il Cavaliere ci sono anche le Iene. Fascista o antifascista? Berlusconi archivia così la questione: «Io penso solo a lavorare per risolvere i problemi degli italiani».

Rientrato a palazzo Grazioli, il premier si concentra sulla riforma della giustizia. Riunisce dapprima i ministri della Giustizia e della Difesa, Angelino Alfano e Ignazio La Russa (reggente di An), insieme agli avvocati e parlamentari del Pdl, Niccolò Ghedini e Giulia Bongiorno, e al sottosegretario all’Interno Michelino Davico (Lega). Un briefing, in vista dell’incontro pomeridiano, a palazzo Chigi, con l’Unione delle camere penali italiane. «Abbiamo esposto le nostre ragioni, ascoltate con molta attenzione - riferisce il presidente Oreste Dominioni -. Siamo soddisfatti, perché ci sembra che ci sia il momento politico per un’importante riforma della giustizia in tempi solleciti». E da parte del premier, aggiunge, c’è «una grande determinazione nell’affrontare il problema».