Veltroni inventa il «sudoku» Pd Per portare elettori alle urne presentate ben 2.227 liste

da Roma

E poi, ad un tratto, nel bel mezzo della riunione sulle candidature per le primarie, il segretario dei Ds romani Mario Ciarla (che non è certo una mammoletta) si è messo a piangere: «Io... non so più quale sia la sede in cui si decide... Non questa! Faccio un passo indietro, non mi candido più».
E infatti in lista il suo nome non c’è. In Sardegna succede di peggio, e il duello regionale fra gli uomini che si riconoscono nel presidente Renato Soru e quelle del leader dei Ds Antonello Cabras ha assunto proporzioni di faida: se Soru perde - ti dicono gli uomini della Quercia - se ne va a casa. Ma tutte queste notizie, sulle cronache nazionali non arrivano, perché Walter Veltroni è un genio della comunicazione. E così oggi tutti scriveranno del «candidato-ragazzino» su cui Veltroni ieri, presentando le sue liste ha dato una imbeccata da provetto spin doctor: «I giornali non ne parlano, ma in queste liste ci sono tanti ragazzi... c’è il candidato più giovane della storia d’Italia, Lorenzo De Cicco, nato, se non sbaglio, il 29 dicembre del 1990!». Meraviglioso. Il sindaco ripeteva come un mantra le sue parole chiave: «Queste liste sono una bellezza per la politica e per la democrazia... metà-uomo-e-metà donna, metà-uomo e metà-donna...». Applausi scroscianti: «Queste primarie si confermano la grande festa della società civile!».
Peccato che dietro la vetrina scintillante non tutto sia idilliaco come previsto. Le lotte a coltello per il posto in lista hanno spinto il mitico Nico Stumpo, capo dell’Ufficio tecnico amministrativo (mussolinianamente denominato Utar), a una nuova proroga di 48 ore per aggiungere documentazione. Wonder-Walter fa passi da gigante nel sublimare la sua scienza ecumenica, e ieri ha vantato con orgoglio la presenza di un (ex) nemico irriducibile del Pd come Peppino Caldarola, e addirittura di un suo (ex) sfidante (!) come Furio Colombo. Gli apparati sono meno ecumenici di lui.
La «festa della democrazia» si celebra, come si sa, con liste bloccate. Ed ovunque i «200» nomi della società civile garantiti da Veltroni, sono seguiti o alternati agli uomini dei partiti. Studiando il sistema elettorale (un «proporzionale maggioritario», con quorum minimo tra il 12,5% e il 25% a seconda dei collegi) la prima domanda sorge spontanea. Ma perché Veltroni consente la nascita di tre-quattro liste (legate a lui a seconda di dove si vota) se con una sola avrebbe eletto più candidati? Semplice: perché il vero obiettivo di questo gigantesco Sudoku elettorale non è avere la maggioranza (la sua è già blindata) ma portare la gente a votare. E così, il sistemone architettato dal regista Goffredo Bettini (ieri il senatore esibiva un fantastico paio di mocassini calzati senza pedalino), ha miscelato nei tre contenitori il maggior numero di ambizioni possibili: 2.227 liste in tutto, 1.181 per Veltroni, 476 per Letta e 471 per Bindi. È il «modello-Roma» proiettato su scala nazionale. Era quasi turbato l’assessore capitolino Riccardo Milana, dopo aver conquistato un ottimo secondo posto nel listone veltroniano: «Ho scoperto dalle liste che avevano candidato la moglie di uno dei miei candidati nella lista concorrente!». Il sistemone bettiniano prevede che in ogni collegio solo una delle tre liste sia veramente forte. Ecco perché l’economista Nicola Rossi era soddisfatto di un terzo posto nel listone: «Sono dietro un superstite di Auschwitz come Piero Terracina, mi va bene tutto». Ma se poi la gente va a votare davvero? Lionello Cosentino, deputato veltroniano, chiosa con divina ironia: «Il sistemone salta... Perché credo che i comuni mortali, di queste alchimie non capiscano proprio nulla». Sarebbe divertente vedere l’effetto che fa.