Per Veltroni l’Africa rischia di essere dietro l’angolo

Caro dottor Granzotto, mi dica: sarà dunque Veltroni il nostro referente a sinistra per i prossimi anni? Da quanto leggo mi sembra che per gli altri candidati alla guida del Partito democratico non ci sia partita.


Così pare, caro Baratti. Quanto meno al momento. L'unica cosa certa è che per Walter Veltroni è arrivato il momento de la verdad. Fino ad oggi egli ha agito come una zia Enrichetta, sa, quelle zie periodicamente invitate da parenti e conoscenti a suonare il pezzo forte del suo repertorio, l'immancabile Per Elisa. Ed ogni volta zia Enrichetta svenevolmente recalcitrava, schernendosi con dei: «Ma via! È un secolo che non apro il piano... » ardendo invece dal desiderio di mettersi alla tastiera e strimpellarlo, Beethoven. Be’, così Veltroni. Sistematicamente sollecitato ad uscire allo scoperto, a scendere in campo nelle vesti di salvatore della patria, ha sempre fatto il ritroso, ripetendo che lui alla politica nemmeno ci pensava, che gli garbava fare il sindaco e che a fine mandato, figuriamoci, se ne sarebbe andato in Africa, a dialogare con i nativi. Ora, però, non può più nicchiare: si deve mettere al piano, lo zio Enrichetto. E mica è detto che alla fine dell'esecuzione strappi l'applauso. Veltroni è infatti un preclaro prodotto della sinistra radical-ciabattona romana e del più romanesco quotidiano-partito, La Repubblica. Nell'Urbe e nei suoi Palazzi, Walter è un dio. A sentir i romani la città è un disastro di buche, voragini, traffico, puzza, sporcizia, disservizi eccetera. Però poi Walter ti inventa il Festival del cinema, ti porta Di Caprio alla Garbatella e i romani son contenti. Ti rifila una Notte Bianca e tutti a dire che genio quel Walter. Roma è fatta così, da sempre: le piace far festa. E giudica i suoi imperatori da quanta festa fanno.
Purtroppo, fuori dalle mura Aureliane Veltroni risulta un simpatico oggetto misterioso. Si sa solo che è buono, tollerante, disponibile al dialogo, cerchiobottista, terzomondista, chiagnifottista, kyotista, slowfoodista, politicamente corretto. Un po' melanconico, forse, ma lo spleen «fa» intellettuale macerato, fa chic, al contrario dell'esuberanza, che «fa» Ricucci. Bene, consapevole della propria inconsistenza extracapitolina, per porvi riparo Veltroni ha preso a battere le piazze con un varietà intitolato «Che cos'è la politica» laddove fra suoni, luci, filmati e voce recitante egli invita il pubblico a riscoprire - tramite lui, e chi altri sennò? - «la bellezza della politica e insieme il suo essere lo strumento più alto e più nobile di cui gli uomini dispongono per tracciare il loro cammino». Basterà a convincere l'intero popolo di sinistra a coronarlo duce della medesima? Parrebbe di sì: i gazebisti che votarono in massa uno zero carbonella come testa quedra potrebbero ripetersi con Veltroni. Ma se scambiando i salamelecchi per consenso, cosa che càpita, il sindaco di Roma dicesse quanto prima di averli nel sacco (mi riferisco a Prodi, D'Alema, Bersani, Fassino, per non parlare del vispissimo Franceschini, della segolenica Finocchiaro e del mio amico Rutelli), se ne vedrebbero davvero delle belle. E l'Africa, per Walter Veltroni, si farebbe più vicina. Esattamente dietro l'angolo.