Veltroni l’utopista rosso che sogna le notti bianche

La vita è bella, su questo non ci piove. Ma la politica è anche meglio. Parola di Walter Veltroni, che dopo il potente sermone con cui lunedì ha inaugurato a Napoli il suo tour di annunciatore della «bella politica», rischia di passare alla storia come l’uomo che annunciò il passaggio dell’utopia dall’infanzia all’età adulta. All’utopia bambina, che ingenuamente sognava sempre di diventare realtà, dovrà infatti subentrare l’utopia matura, giacché finalmente proprio lui, Walter Veltroni, le ha spiegato che la sua vera funzione non è affatto quella di diventare realtà ma al contrario quella di non diventarlo mai, giacché solo rimanendo irrealizzata potrà continuare a farsi inseguire da lui e dai suoi amici per tutta l’eternità.
Ma chi glielo ha detto a Veltroni che l’utopia non si realizza mai? Davvero ancora non lo ha capito che non solo molto spesso si realizza ma ha per giunta la simpatica abitudine di realizzarsi in forme perfettamente antitetiche a quelle desiderate e previste dai suoi fans? Ragion per cui sembra che non serva affatto, come lui dice, a farci «camminare» attirandoci verso di lei, bensi a farci precipitare nei baratri che graziosamente si spalancano lungo il percorso da lei indicato?
Il più strepitoso decifratore di questo enigma è naturalmente Dostoevskij. E la più impressionante delle tante sue pagine sull’argomento è ovviamente il grottesco intervento con cui l’utopista Scigalev, un personaggio minore dei Demoni, durante una riunione coi suoi compagni di lotta, rivela che la loro rivoluzione produrrà effetti assolutamente opposti a quelli sperati e promessi. Ecco quell’esilarante discorsetto:
«Ora che tutti, finalmente, ci accingiamo ad agire, è indispensabile fissare le linee della futura forma sociale. Io propongo il mio sistema di ordinamento del mondo. Inoltre dichiaro fin da ora che il mio sistema non è finito. Mi sono confuso tra i miei propri dati e la mia conclusione è in diretta contraddizione con l’idea iniziale dalla quale parto. Partendo da un’assoluta libertà concludo con un assoluto dispotismo. Ma aggiungerò che al di fuori della mia soluzione della formula sociale non ce ne può essere nessun’altra».
Ancor più impressionante, per la sua meticolosa precisione, è la battuta con cui Piotr Verchovenskij, un altro personaggio di quel sublime romanzo (del quale conviene ricordare che fu pubblicato nel 1871, ossia più cinquant’anni prima del leggendario Ottobre), prevede le forme che il terrorismo di stato assumerà nell’era staliniana:
«Il sistema approva lo spionaggio. Ogni membro della società vigila sull’altro ed è tenuto a denunciarlo. Ciascuno appartiene a tutti e tutti appartengono a ciascuno. Tutti sono schiavi e nella schiavitù sono uguali. Nei casi estremi calunnia e omicidio. Diffonderemo pettegolezzi e calunnie. Occorrono anche delle convulsioni. Una volta ogni trent’anni si scatena una convulsione, e tutti incominciano a un tratto a divorarsi l’un l’altro».
Veltroni dirà che l’utopia che insegue da una vita non ha niente a che vedere con quella che piaceva ai nichilisti di Dostoevskij. Verissimo. Quelli sognavano infatti la fine del mondo, lui invece sogna solo qualche notte bianca.
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