Veltroni lei si è drogato? «Non posso dirlo, altrimenti finisce tutto qui»

Ospite delle «Invasioni barbariche» non risponde alla domanda sulle ragioni della sua serenità: sono sempre stato così, sarà carattere...

da Milano

A Milano ci veniva col padre, a Trieste aveva il nonno, a Vicenza si sente imprenditore, in Emilia un po’ operaio, in Francia è sarkoziano, in Spagna zapateriano e alle «Invasioni barbariche» cos’è, barbarico? Nemmeno un po’. Walter «Zelig» Veltroni stavolta si è dimenticato la cravatta rossa «pro-Birmania» dell’ultima intervista con la Bignardi, ma è sempre lo stesso, amico di tutti, d’accordo con tutti, serenamente, pacatamente. Non se la sente nemmeno di dire se gli piace più la cucina veneta o quella romana, tra tutte le tavole che sta assaggiando nel tour elettorale in italia, già 69 tappe, e gliene mancano 40: «Guardi, Daria, ho mangiato bene dappertutto, davvero». Il risotto allo zafferano ma anche i bigoli in salsa, ma anche la ribollita o le tagliatelle bolognesi. Ma come fa a essere sempre così pacifico e sereno, fa meditazione orientale, si droga? chiede la Bignardi. «Se rispondessi alla seconda, la campagna elettorale finirebbe qui» sorride Veltroni. È un po’ stanco, reduce da una videochat nel pomeriggio coi lettori della Gazzetta dello sport, e molte risposte sono precotte. «La scelta di andare da soli? Era eticamente giusta». «Ridurre le tasse? Assolutamente sì». «Gli stipendi dei parlamentari? Vanno abbassati». Di quanto poi non si capisce bene, «dimezzati» promette lui, cioè dai 14mila lordi di un senatore a 7mila, così tutto in un botto? Si vedrà.
Se di solito gioca a far dimenticare che il Pd è il partito al governo, stavolta sembra arrivato direttamente dall’estero. Ripete tre volte che bisogna fare come i laburisti inglesi, i democratici americani, i socialisti spagnoli, come se lui fosse uno di loro casualmente in Italia, perché non si può più governare con coalizioni allargate, coi Bertinotti e coi Mastella, servono gruppi parlamentari e basta. Eppure proprio solo non è, c’è Di Pietro che chiederà il ministero della Giustizia? Ma figuriamoci, non ci pensa neppure, giura lui senza troppa convinzione. Non gioca al totoministri ma promette che prima della fine della campagna elettorale qualche nome lo dirà, ma non a «Porta a porta» promette alla conduttrice de La7. Nemmeno la convivenza di Calearo e dell’operaio Thyssen lo preoccupa. «Anzi stanno benissimo insieme, perché stanno bene insieme nel Paese. Il Paese non deve essere diviso, i giovani contro i vecchi, dipendenti contro autonomi, Nord contro Sud. Basta con l’odio, oppure il Paese si sfascerà».
Anzi, semmai è il Pdl che ha imbarcato di tutto, dice Walter, la Lega del Nord e la Lega del Sud, è il Pdl che ha lasciato fuori i moderati come Casini e ha portato dentro gente come la Mussolini e Ciarrapico. I sondaggi li legge ma poi ci fa la tara, li prende «con il necessario distacco», «perché con il 31% di indecisi non si può mai dire». Quelli di cui si fida, però, sono quelli che danno il Pd «tra il 4 e il 6%» di distanza dal Pdl. «Guadagniamo 2 punti a settimana, a settembre eravamo al 20% di distanza». Il conto non torna, ma non importa.
Comunque lui avrebbe fatto a meno delle elezioni, ci voleva un patto per le riforme, prima di tutto sulla legge elettorale. «Il pareggio al Senato sarebbe un disastro. Ma chi vincerà, anche di un solo senatore, dovrà governare. Non esistono inciuci o larghe intese».
Passa sul monitor l’imitazione storica di Corrado Guzzanti, con un Veltroni alle prese con la scelta del candidato premier dell’Ulivo. «Topo Gigio? Non può. Di Caprio del Titanic? Non vuole fossilizzarsi nella parte di quello che affonda. Amedeo Nazzari è morto, moooorto». Ride Veltroni, arreso alla sua stessa paciosità: «Sono fatto così, sono una persona ottimista, amo le persone». Poi si supera nella domanda sui matrimoni gay. «Non è possibile discriminare in base al sesso», «il matrimonio è quello tradizionale». Applausi dello studio.