Veltroni media e fa infuriare il vicepremier

Il sindaco decisivo per l’intesa, torna la gelosia del predecessore. Il primo sogna Kennedy, il secondo imita Blair. Alleati per forza, ma anche sfidanti per la leadership del futuro partito democratico

Luca Telese

da Roma

Roba da non crederci, «la guerra del tassametro» ha una appendice rilevante anche nei rapporti di forza del centrosinistra. Fatevi una piccola domanda: chi è stato il grande «mediatore» nella trattativa fra i tassisti e il governo? Risposta: il sindaco di Roma, Walter Veltroni. E poi chiedetevi: ma chi diavolo ce lo ha chiamato, Veltroni, a quel tavolo? Romano Prodi, forse? Pierluigi Bersani? Macché: gli stessi tassisti, come racconta orgoglioso Pietro Mancinelli, leader dei ribelli dell’Ugl, il sindacato di destra.
E qui inizia il bello, perché se subito dopo volete divertirvi, andate a vedere chi è il leader dell’Unione più arrabbiato per quell’accordo. Per fare presto ve lo ricordiamo noi. È Francesco Rutelli, leader della Margherita, che ieri avvertiva: «Avrei preferito un formula di maggiore liberalizzazione e la possibilità di creare nuovi servizi per gli utenti, decisamente più flessibili». Non stappa lo champagne, Rutelli, anzi. Un pochino minaccia anche: «Verificheremo attentamente che questo compromesso funzioni. Se il servizio migliorerà, bene, se però i problemi non si risolveranno, bisognerà tornare su soluzioni più coraggiose». Insomma, se tutto va a monte, lui l’aveva detto.
Così non si può non interrogarsi sull’ennesimo paradosso dell’Unione, quello delle amicizie feroci e degli odii solidali, come se l’ossimoro fosse l’unica chiave per spiegare cosa succede in quella coalizione, rapporti tra leader e geometrie umane. Per dire: Prodi prima ha «scelto» il suo ex nemico Massimo D’Alema per il ministero più importante, e poi ha insediato il suo «killer» Franco Marini a Palazzo Madama. Mentre anche Rutelli e Veltroni che in linea teorica dovrebbero andare d’amore e d’accordo, tutti e due protesi verso l’obiettivo comune del grande partito democratico, sembra che in realtà non si possano vedere. Si dirà: cosa conta un piccolo screzio sui tassisti, al cospetto della grandiosità di un progetto politico come l’unione delle sinistre? Col cavolo. Perché i taxi a Roma sono il termometro di ogni amministrazione, un simbolo: furono la Caporetto di Rutelli, e sono il fiore all’occhiello di Veltroni. Fu l’attuale sindaco, infatti a proclamare raggiante: «Bisogna mediare. A Roma ho concordato con i tassisti 450 nuove licenze, con il metodo del dialogo, senza un solo minuto di sciopero!». E ci vuole altrettanto poco, invece, a ricordare la micidiale serrata che invece oppose Rutelli ai tassisti quando in Campidoglio c’era lui. Ma gli esempi si potrebbero sprecare: Rutelli trovò nel sovrintendente Adriano La Regina il più feroce dei nemici, il funzionario che gli bloccava ogni progetto, dal sottopasso di Castel Sant’Angelo, ai parcheggi giubilari, a tutte le opere in cui occorreva scavare almeno un metro di terra. E invece Veltroni con La Regina ci va d’amore e d’accordo: dopo una breve ma intensa luna di miele lo prese addirittura come consulente. Splendida la memorabile incazzatura del leader della Margherita: «Incredibile: a me La Regina non ha concesso nulla, adesso a Veltroni permette anche di parcheggiare i pullman al Circo Massimo!». Per non parlare dei litigi su villa Pamphili, o del siluramento di Goffredo Bettini (amato un tempo da entrambi, sponsorizzato oggi da Walt) al ministero dei Beni culturali.
La verità è che Rutelli e Veltroni incarnano due declinazioni opposte di lessico politico, anche nella prospettiva del partito democratico: a Rutelli piacerebbe essere un piccolo Tony Blair, con i suoi «big talk», i palazzinari e il generone che stravede per lui. Veltroni ha in mente un kennedismo all’amatriciana, un po’ Lorenzo De’ Medici, un po’ Petroselli. Rutelli - da vero «piacione» - ama piacere alla gente che piace, Veltroni vuole piacere a tutti, aderire alla società come ad un guanto, da Nunzio D’Erme ad Alberto Michelini, (il bello è che gli riesce). Alla fine, la verità è che hanno più o meno la stessa età, più o meno lo stesso curriculum, più o meno lo stesso sbocco naturale: la leadership del dopo-Prodi. Qui finiscono le affinità: perché Rutelli viene da una cultura radicale ma si è innamorato in tarda età del partito (il Ppi prima, la Margherita poi). Veltroni invece viene da una cultura di partito, e ha trovato una nuova identità nella coalizione. Entrambi passano da Roma e puntano a conquistare Roma. Il primo con la sua fitta tela di relazioni nella classe dirigente, il secondo con il suo progetto nazionalpopolare, le sue notti bianche, la sua città-evento, quella che Marcello Veneziani per sfottere ha definito: «Romaset».
In un paese normale, due tipi così sono fieri avversari: come Tony Blair e Gordon Brown, come Segolène Royal e François Hollande, come Gerard Schröder e Oscar Lafontaine. Solo nella sinistra italiana i nemici per la pelle fanno conferenze stampa e convegni comuni, combattono spalla a spalla, si applaudono in pubblico e si sfidano sui tassametri. Poi, un bel giorno, tra un sorriso e l’altro si piantano una coltellata nella schiena.
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