Veltroni nel mirino degli «amici» D’Alema e Prodi tifano Bersani

da Roma

Ora contro il «candidato designato» è iniziata una insidiosissima guerra di numeri. Ma proprio per questo è una guerra che Walter Veltroni non può sottovalutare, in primo luogo perché contro di lui in queste ore nel centrosinistra si usano i numeri per combatterlo perché (ancora?) non si possono usare le armi della politica; e poi perché nessuno meglio di lui sa che i numeri sono un potente veicolo di comunicazione, e qualcuno, in queste ore, vuole comunicare che la sua discesa in campo non è un idillio.
Sta di fatto che da giorni, passata una breve luna di miele, da sinistra e da destra della sua coalizione iniziano ad avvertirsi scricchiolii e malumori sedati. Il primo segnale per capire l’entità non effimera di queste opposizioni sotterranee, è il fuoco di sbarramento aperto ieri da Pasquale Laurito alias Velina rossa, l’organo ufficioso (spesso politicamente scorretto, ma mai sconfessato) della corrente che fa capo a Massimo D’Alema. Ieri la Velina, nemmeno fosse la punta di diamante di uno schieramento avverso, invitava «a prendere con le molle i sondaggi che incoronano Walter Veltroni», e proseguiva la sua opera rendendo noti «alcuni sondaggi riservati svolti in regioni dell’Italia settentrionale e centrale in cui il ministro Bersani volerebbe nei consensi e il ticket Bersani-Letta potrebbe difendersi contro il duo Veltroni-Franceschini». Seguiva stoccata al cianuro: «Quello che ci spaventa in questo momento è il tam tam che ormai predomina in tutte le redazioni nel magnificare la scelta unica di Veltroni». E poi commentando l’ultimo sondaggio di Ipr Marketing che premia il duo Veltroni-Franceschini, Laurito aggiungeva: «Noi riteniamo che le cose non stiano in questo modo. Per esempio, c’è una notizia che ha sconvolto i grandi strateghi e cioè che in Emilia Bersani sarebbe gradito da oltre il 50%, in Lombardia arriverebbe al 40% senza Letta e Bersani-Letta sfiorano in Veneto quasi il 50%». Veltroni al tempo stesso sarebbe in netto vantaggio in Piemonte, nel Lazio e, aggiunge Laurito «in Italia meridionale esclusa la Puglia». Insomma, un attacco, che (al contrario di altre volte) D’Alema non si curava nemmeno di correggere o smentire.
Ieri il Corriere della Sera titolava sulle «trappole» antiveltroniane nell’Ulivo, amplificando la denuncia del girotondino Paolo Flores D’Arcais (secondo cui sarebbe appunto una «trappola» tesa nei suoi confronti l’accelerazione del comitato dei 45 che ha prodotto la candidatura del sindaco di Roma). Nell’articolo del quotidiano di via Solferino Maria Teresa Meli aggiungeva: «Non è un caso che quando Massimo D’Alema ha lasciato intendere che lo scalone della riforma previdenziale targata Maroni poteva rimanere, nello staff del sindaco si siano chiesti se il ministro degli Esteri avesse fatto questa mossa per mettere in difficoltà Veltroni». Di certo nessuno ha smentito Massimo Giannini, intervistatore abituale e affidabilissimo di D’Alema su La Repubblica, che riportava una battuta feroce distillata dal leader maximo solo un mese fa: «Veltroni candidato? Non finché io sono in vita» (profezia oggi non correggibile, salvo suicidio). Davvero come si sussurra nei corridoi, il regolamento che prevede l’elezione diretta del segretario del Pd è stato pensato per costringere Wonder Walter a rompere il suo splendido isolamento sul colle Capitolino? Per fargli sporcarsi le mani? Il giorno dopo la discesa in campo, l’Swg (società da sempre vicina alla Quercia) certificava che il potenziale di Veltroni era il 35%. Ieri fonti uliviste correggevano questo suggestivo traguardo, sostenendo che dopo il discorso di Torino Veltroni è passato da 18 a 13 punti di distacco (recuperandone 5). Ma, attenzione: la rimonta non si trasferirebbe sui partiti, visto che i Ds crescerebbero solo del 2% e la Margherita di appena lo 0,5%. Dati non dissimili da quelli rilevati da Euromedia, il cui il Pd, nel suo complesso, passerebbe dal 25,6% al 27,1%. Nel frattempo, però, la fiducia nell’attuale premier (sempre secondo Euromedia sarebbe ferma al 26.8%. Ed è questo è il nodo dolente, visto che il premier, malgrado un titolo speranzoso e infondato di La Repubblica («Prodi benedice Veltroni») non ha speso una vera parola per il sindaco che dovrebbe detronizzarlo. E perché i suoi uomini sono impegnati nel casting di candidati contrapposti. Perché gratta sotto i numeri, il vero problema è che nell’Unione c’è una poltrona per due. Una di meno del necessario.