Veltroni non si dimette, sarà sindaco di Roma ma a metà

Il leader designato del Partito democratico respinge ogni ipotesi di
abbandono ma nel centrosinistra parte già la corsa al Comune: scaldano i motori la Melandri e Bettini, mister Auditorium. La risposta a Fini: "È stato presidente di partito, vicepremier,
ministro degli Esteri e deputato, può capire bene l’impegno che si
assume quando si viene eletti"

da Roma

L’affondo non poteva restare senza risposta. E infatti, dopo che Gianfranco Fini era partito all’attacco lancia in resta, ponendo il tema dell’incompatibilità fra la poltrona di sindaco di Roma e l’incarico che Walter Veltroni sta per assumere con l’investitura a leader del Partito democratico, ieri Wonder-Walter ha replicato senza nemmeno una sfumatura di buonismo (sul filo dell’ironia, piuttosto). Spiega infatti Veltroni: «Nessuno più di Fini può capire l’impegno che si assume quando si viene eletti. Fini è stato per 5 anni sia presidente del partito, vicepremier, ministro degli Esteri e deputato. Accetto il mio impegno e lo porterò avanti fino al 2011. Quindi continuerò a fare il sindaco».
Ed è già una notizia che ne parli ai margini di una conferenza stampa sul «decoro urbano», visto che ormai la collisione fra ruoli porta i cronisti nazionali a tallonarlo in tutte le esternazioni da primo cittadino, con grande ritorno pubblicitario per conferenze che solitamente sarebbero seguite da pochi redattori di cronaca locale. Certo è che le grandi partite sono aperte, se è vero che due giorni fa lo stesso Fini ha avuto anche da Pier Ferdinando Casini una sorta di nulla osta su una sua candidatura al Campidoglio (Silvio Berlusconi sarebbe entusiasta di vedere il leader di An a Roma) e che anche a sinistra inizia la corsa per le nomination. In questo caso lo schema è «una poltrona per due»: mentre in queste ore tutti - Corriere della sera in testa - fanno il nome di Goffredo Bettini, il signor Auditorium oggi traslocato al festival del cinema, anche Giovanna Melandri non disdegnerebbe l’investitura. Bettini da anni fa il tycoon delle giunte capitoline, regista dietro le quinte fin dai tempi di Rutelli. La Melandri, una delle poche dirigenti della Quercia che si può fregiare della qualifica di «veltroniana doc», ha già concluso con Walter due staffette: prese il suo posto al ministero Sport-Beni culturali, e persino l’onerosa poltrona di responsabile della comunicazione del Botteghino (altro incarico già ricoperto dal sindaco). Certo non a caso, ieri anche Bettini aggiungeva la sua voce al coro, con un intervento che pareva fotocopia di quello di Veltroni (forse ha attinto al suo stesso ghost writer): «Roma avrà un sindaco fino al 2011: Walter Veltroni». E poi secondo copione: «A proposito dell’osservazione di Fini sulla inopportunità di un doppio impegno di Veltroni, ricordo e sottolineo che Fini nel passato ha occupato contemporaneamente ben cinque incarichi: quello di vicepresidente del Consiglio, di ministro degli Esteri, di presidente di Alleanza nazionale, di parlamentare europeo e di parlamentare italiano».
Certo che il leader di An batte su un tasto dolente ed efficacissimo: «Veltroni - osserva Fini - disse in campagna elettorale, quando fu rieletto sindaco di Roma, che non avrebbe mai fatto “il sindaco part-time” perché era cosciente che amministrare Roma è un impegno totalizzante: il 14 ottobre diventa segretario del Partito democratico e candidato alla premiership, mi auguro che tenga fede a questo impegno preso con i cittadini romani». C’è da essere certi che sul tema del «doppio incarico», che è un vecchio classico della prima (Ciriaco De Mita e Bettino Craxi ne sapevano qualcosa) e della Seconda repubblica è di fatto partita la nuova campagna elettorale per il Campidoglio. Ed è altrettanto certo che Veltroni non intende arretrare di un passo sulla sua scelta strategica, quella di mantenere il nuovo ruolo in cui verrà materialmente insediato il 14 ottobre e la poltrona di primo cittadino. È stato lui stesso a informare i leader dell’Unione - ben prima del discorso di Torino - che questa per lui era una condizione imprescindibile. I motivi per cui Veltroni ha messo in conto le critiche ma preferisce non dimettersi sono almeno tre. Il primo: la necessità di mantenere un filo di coerenza con le sue dichiarazioni della campagna elettorale. Il secondo è nell’assoluta centralità del sindaco (vedi articolo sotto) nell’attuale equilibrio della macchina capitolina (molto superiore, per esempio, a quella di Francesco Rutelli). Il terzo è frutto di riflessioni prettamente elettorali. Nel 1994, anno della prima vittoria berlusconiana, il ruolo di Roma fu strategico nella sconfitta (solo due collegi andarono alla sinistra). Nel 2001 «l’effetto Walter» ribaltò il risultato (dai collegi ai municipi) in un monocolore. Per sperare di vincere, Veltroni non può perdere un solo voto capitolino.