Veltroni parla di regime perché rischia la poltrona

Ma secondo lei, Granzotto, è vero quel che dice Veltroni e cioè che siamo in un regime? Io non me ne sono accorto però le devo confessare che non mi dispiacerebbe che Veltroni avesse ragione e che si instaurasse un regime. Un po’ più di ordine, un po’ più di decisionismo, un po’ più di tolleranza zero farebbe solo bene all’Italia. Non trovo che regime sia una parolaccia e dunque: viva il regime.


Certo che non è una parolaccia, caro Bonomi. Regime sta per sistema politico, sta per forma di governo. Quello nostro è senz’altro un regime democratico, con le luci e le ombre, il buono e il cattivo di tutti i regimi democratici (ad esempio, la legittimazione da parte della maggioranza del corpo elettorale, il così detto popolo sovrano, a governare. Faccenda democraticissima che però alla sinistra non va giù, a meno che a governare non sia lei). È per questo che il buon Veltroni si riferisce, parlando di regime, a quello fascista o, tanto per tener aggiornato il lessico, quello putiniano o putinesco o putinista, relativo cioè a Vladimir Vladimirovic Putin. Perché a Palazzo Chigi c’è (e saldamente) Silvio Berlusconi, l’intruso che ha mandato a farsi benedire il suo sogno («I have a dream... ») di governare l’Italia a botte di notti bianche e di lectiones magistralis sulla «bella politica».
Che Veltroni sia giù di corda e che lo sia l’intero popolo della sinistra, è un dato di fatto. Essi sanno che fino alla primavera del 2013 non c’è trippa per gatti. Nel senso che non ci sono spallate, deragliamenti, sfiducie, ribaltoni alla Oscar Luigi Scalfaro che tengano. Solo D’Alema, così leggo, nutre ancora un filo di speranza nell’opera di bonifica delle toghe rosse, ma si capisce che lo fa più per dovere di firma che per altro. Come non bastasse, il popolo della sinistra - politici in testa, società civile a seguire - nutre forti timori, per altro giustificati, che con Veltroni al timone la barca del Pd perda completamente la rotta e, andando alla deriva, li condanni a far tappezzeria chissà fino a quando. Tocca dunque metterlo in mobilità rimandando i conti col Cavaliere a data da stabilirsi. Di questo Veltroni è consapevole, oh se lo è, e nel tentativo di salvarsi la ghirba si è messo a puntare i piedini, minacciando piazze in rivolta, agitando gli spettri del regine fascista/putinista, ricominciando a battere sul tamburo di latta dell’antiberlusconismo (che se c’è una cosa che porta iella alla sinistra è quello), aggrappandosi a Obama, alla buonanima di Martin Luther King, alle gonne di Kathleen Kennedy e di quella santarellina infilzata di Ingrid Betancourt. Cercando così di riguadagnarsi il consenso del popolo delle primarie, dei repubblicones, del panchopardesco ceto medio riflessivo, dei progressisti che giocano al girotondo e a mosca cieca. Perché lo sa che non si scappa: se gli salta il loft, stavolta gli tocca proprio andarsene in Africa, a parlar dei vecchi tempi con Romano Prodi che è lì, già in loco, ad aspettarlo su una panchina di Ouagagoudou.