Veltroni premiato, ma i soldi delle periferie sono svaniti nel nulla

La Ue elogia gli interventi del sindaco di Roma contro il degrado anche
se oltre il 30% dei fondi è andato ad aziende che non ne avevano il
diritto o sono scomparse. E nessuno reclama i 5 milioni di euro spariti

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica
Roma - Finanziamenti per milioni di euro a imprese inesistenti o «irreperibili». Domande inammissibili ammesse ugualmente al bando. Sindacati che prestano la propria sede per «domiciliare» fittiziamente un’attività commerciale nelle aree interessate dalle gare. Contributi a fondo perduto per attività economiche per le quali non sono ammesse erogazioni. E, soprattutto, zero controlli. Curioso che con questo quadro sugli interventi capitolini nelle aree di degrado urbano previste dalle legge 266 del ’97, più nota come legge Bersani, la Commissione Europea abbia deciso di premiare Walter Veltroni proprio per la gestione delle risorse previste dalla legge che porta il nome dell’attuale ministro dello Sviluppo economico.

Il sindaco, ovviamente, l’8 dicembre scorso ha dato ampia pubblicità all’ennesima medaglia: «È uno dei più bei premi che siano stati dati a Roma». Chissà cosa penserà dopo aver letto sul Giornale in che modo sono stati distribuiti, almeno fino all’inizio del 2006, quei primi 16 milioni di euro erogati su 21 stanziati, e che per più del 30 per cento sono finiti ad aziende già svanite nel nulla. Come se non bastasse, a occuparsi dell’emanazione dei bandi e dell’approvazione delle graduatorie è una commissione giudicatrice dove non vi è un solo dipendente in organico al Campidoglio, secondo il vecchio dettame veltroniano delle consulenze esterne. Ecco lo scandalo, irregolarità per irregolarità, anomalia su anomalia.

La legge Bersani prevede il finanziamento da parte di dieci Comuni capoluogo, tra cui Roma, di iniziative economiche in aree di degrado urbano e sociale, fissando una serie di paletti. Possono partecipare solo piccole imprese che abbiano particolari requisiti. Restano escluse dai benefici della normativa anche le farmacie, i tabaccai e distributori di benzina. Roma si dà subito da fare. In sei anni, tra il 2000 e il 2005, tramite l’assessorato alle Politiche delle periferie e del lavoro, pubblica 13 bandi ed eroga 16,061 milioni di euro a fondo perduto a favore di 359 imprese, intenzionate a radicarsi nelle zone individuate come «degradate», garantendo un incremento occupazionale pari a 1.561 nuovi posti di lavoro.

In realtà uno dei tredici bandi si «appoggia» alla Bersani ma foraggia botteghe artigiane già esistenti con sede nel centro storico, che non può certo definirsi «area degradata». Unico requisito per incassare, offrire un tirocinio formativo di sei mesi a un ragazzo di periferia. Senza nemmeno il disturbo di intaccare il finanziamento ricevuto per pagare lo stipendio al tirocinante: a quello provvede il Campidoglio. Queste le cifre, apparse comunque lusinghiere a Bruxelles. Ma l’altra faccia della medaglia appuntata sul petto di Walter è decisamente più inquietante.

Delle 359 imprese che hanno incassato contributi ben 42 hanno «dimenticato» di indicare l’indirizzo della sede, del tutto «assente» in 7 casi, «da verificare» in altri 35. Ancora. Il 41,2 per cento dei beneficiari (148 imprese su 359) si è iscritto alla Camera di commercio solo dopo la pubblicazione del bando che li ha visti, poi, vincenti. E in 113 casi (ovvero il 31,5 per cento del totale) hanno provveduto all’iscrizione addirittura dopo che la graduatoria che assegnava loro i finanziamenti era già stata approvata. Va detto che non tutti gli stanziamenti previsti per i singoli bandi sono stati interamente erogati. Per esempio nel caso del primo, su 1,8 milioni di euro, sono usciti dalle casse poco più di 750mila euro. Fin qui niente di strano.

Ben più curioso che in altri bandi, per esempio il sesto, a fronte di uno stanziamento di 3 milioni di euro la cifra erogata supera il cento per cento, attestandosi a 3.866.000 euro. Che si siano utilizzati i fondi residui dei bandi precedenti? Al di là degli iter anomali, non sempre gli obiettivi per i quali il Comune ha sborsato quei milioncini sono stati raggiunti. Solo 316 delle 359 imprese che nei sei anni hanno incassato denaro risultavano regolarmente iscritte, nel 2006, all’albo della Camera di commercio. Le altre 43, ossia il 12 per cento, erano state cancellate (13) o irreperibili (30). E a un ulteriore controllo sul campo le cose sono peggiorate. Delle 316 «regolari», infatti 67 sono risultate «inesistenti» pur se ancora iscritte all’ente camerale. Ricapitolando: solo 249 imprese (il 69,4 per cento delle 359 beneficiarie originarie) sono ancora in attività. Nessuna traccia delle altre 110 né dei 5 milioni di euro che a queste ultime erano stati assegnati. Nessuna traccia, infine, dei 557 posti di lavoro che le imprese «fantasma» avrebbe dovuto garantire.

Ma il problema non è solo l’evaporazione di imprese, soldi e occupazione. Non mancano irregolarità anche rispetto ai requisiti previsti dai bandi: chi proponeva un progetto doveva poi risultare «legale rappresentante» della società. Invece, in almeno 38 delle aziende finanziate (per 1,3 milioni di euro) non c’è traccia del nome del proponente nell’organigramma societario. C’è di più: ben 17 aziende che pure hanno percepito 700mila euro dei bandi comunali per il rilancio delle periferie, in periferia non ci sono mai andate, mai hanno aperto una sede operativa. Due imprese poi hanno ideato uno spregiudicato escamotage: dichiarare nella domanda un indirizzo di comodo presso una sede sindacale posta nell’area prevista dal bando, pur essendo domiciliate altrove. Il trucco ha funzionato, le domande sono state accolte e finanziate con 175mila euro.

C’è dell’altro. In 19 casi i progetti presentati andavano rigettati poiché le «nuove società» richiedenti non erano nuove ma esistevano da più di 18 mesi. Nonostante ciò, hanno incassato. Quattro farmacie e un tabaccaio, pur essendo categorie commerciali esplicitamente escluse dal bando, sono state ammesse al finanziamento per complessivi 146.937 euro. Solo 207 imprese delle 359 beneficiarie dei fondi della legge Bersani possono essere considerate del tutto in regola rispetto ai requisiti di gara. Settanta sono irregolari, altre 82 formalmente regolari ma inesistenti, cancellate dall’albo della Ccia o irreperibili.

Tirate le somme, meno del 60 per cento dei soldi spesi dal Campidoglio per riqualificare le periferie all’apparenza tanto care al sindaco di Roma, hanno finanziato imprese che ne avevano diritto e che sono ancora in attività. Il resto dei soldi è finito ad aziende irreperibili (8 per cento), cancellate (4 per cento), iscritte alla Camera di commercio ma inesistenti (19 per cento) o che presentavano irregolarità (12 per cento). Sul fronte occupazionale le cose non vanno meglio. I posti di lavoro creati sono molto inferiori a quelli che le aziende si erano impegnate ad assicurare. Naturalmente una violazione degli impegni assunti nella presentazione del progetto permette al Comune di revocare i finanziamenti e di farsi restituire quelli già dati. Nonostante la vistosa forbice tra le rosee aspettative e la grigia realtà, non risulta che il Campidoglio abbia fatto passi in questo senso. (7-continua)