Veltroni resta sindaco e boccia Amato

Il leader del Pd pronto a lasciare il Campidoglio subito dopo il fallimento di Marini. Sbarrando l’ipotesi di un governo del ministro dell’Interno

da Roma

Dopo un estenuante tira e molla sul destino del Campidoglio - lo lascia oggi, no ieri, ma va aspetta lo scioglimento della Camere - Walter Veltroni ha rotto gli indugi mettendo fine ad uno spaccio di voci e di certezze utile ormai unicamente a ravvivar la stanca scena della crisi di governo. Per ora «non c’è alcuna urgenza», l’annuncio delle dimissioni del sindaco di Roma si avrà solo dopo l’esito delle consultazioni che Franco Marini vuol trascinare sino alla prossima settimana. Elementare Watson: dimettersi oggi come volevano le cronache più spericolate, sarebbe risuonato come uno schiaffo a Marini. Equivaleva a dirgli: stai perdendo tempo ed energie, qui si va alle urne ed io scendo in campo, smettila con le tue consultazioni. Consultazioni sul cui esito nessuno scommetterebbe un euro ovviamente, nemmeno lo stesso presidente del Senato pur se Veltroni s’affanna ancora a spronarlo, supplicando Silvio Berlusconi a «fare adesso» la Grande Coalizione, con Marini.
Tutto qui?, direte voi, la novità sarebbe che Veltroni prende ancora tempo prima di mollare il Campidoglio per guidare il Partito democratico alle elezioni? No, una novità sembra esserci in questo confuso e miserando diario della crisi: se il leader col doppio incarico dice che «scioglierà la riserva» per candidarsi al Parlamento dopo e se Marini si sarà arreso - mercoledì, pare - vuol dire che almeno lui ha bocciato l’incarico di riserva a Giuliano Amato. Dopo Marini insomma, ci sarà soltanto il Romano Prodi di adesso, dimezzato e «in carica per il disbrigo degli affari correnti» come recita la formula di rito antico e consolidato, il quale gestirà le elezioni anticipate di primavera. Che Veltroni non voglia altri «sotterfugi e scorciatoie» dopo il fallimento di Marini, lo si argomenta pure dall’elogio fatto ieri in una manifestazione del Pd a Velletri, dei «risultati raggiunti dal governo Prodi», stigmatizzando che Romano «ha dovuto anche subire manifestazioni di piazza a cui hanno partecipato suoi ministri che protestavano. Varie volte, inoltre, ministri hanno minacciato dimissioni. Più il governo faceva cose buone più si accresceva un clima di confusione che ha prodotto una difficile percezione dell’azione di risanamento».
Così Veltroni lascerà Roma a Francesco Rutelli (se riuscirà a prendersela) e sarà il candidato premier del Pd. Lo prevede anche lo statuto del nuovo partito, quasi approvato del tutto ormai, che rompendo la tradizione dei grandi partiti italiani, non prevede la possibilità di dimissioni del segretario nel caso diventasse presidente del Consiglio. Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato l’atteso decreto, sulla falsariga di quello varato nel febbraio 2005 per accorpare elezioni politiche ed amministrative, che evita il commissariamento dei comuni con più di 20 mila abitanti ove il sindaco si dimette per candidarsi alle politiche. Un provvedimento condiviso dal centrodestra, perché non è soltanto il sindaco di Roma che vuol tornare sulla scena nazionale. Di certo il decreto del ministro dell’Interno semplifica la strada anche per Veltroni, il quale ieri ha così potuto rispondere ai giornalisti: «Giuliano Amato ha reso esplicito quale sarà l’iter. Io sono impegnato a fare in modo che si faccia un governo in questo momento, il resto lo vedremo dopo».
Anche per Roma il dado di Veltroni è tratto. Lascia (meglio, spera di lasciare) il Campidoglio a Rutelli il quale a sua volta glielo aveva dato. Sì, la staffetta dei piacioni che rischia di prolungarsi come un incubo all’infinito sino a quando il centrodestra non si deciderà a sfornare un candidato di spessore. Rutelli in tandem con la rifondarola Patrizia Sentinelli, e se qualcuno fa notare che non è un grande esempio di coerenza promettere di voler correre da soli alle politiche, basta con certa sinistra estrema, e poi offrire il posto di vicesindaco della capitale al Prc, Veltroni sempre amabile risponde che «una cosa sono le alleanze a livello nazionale, un’altra a livello locale, perché diverso è avere convergenze su scelte amministrative piuttosto che su temi come la politica estera».