Veltroni rompe il silenzio Scambio di accuse tra Udeur e dipietristi

Il sindaco di Roma ritrova la parola e manda una velina al Tg1: «Nessun privilegio, solo prelazione» I colonnelli di Mastella contro l’Idv: «Scheletri anche nei loro armadi Ricordino gli affari di Di Pietro»

da Roma

Ha lasciato decantare la questione il sindaco di Roma, Walter Veltroni, che dopo quattro giorni di silenzio interviene nella polemica che lo vede coinvolto sulla svendita ai politici degli immobili di lusso con una velina affidata al Tg1 delle 20: «Né io né la mia famiglia abbiamo goduto di alcun privilegio nell’acquisto della casa nella quale abitiamo dal 1947. Qui sono nato un anno prima che morisse mio padre, non ho quindi avuto la casa in affitto in virtù di qualche impropria agevolazione ottenuta magari negli anni recenti come dirigente politico». Poi, ricorda che quando «sono state messe in vendita le case degli enti, la mia famiglia ha esercitato il diritto di prelazione come hanno fatto gli altri inquilini e senza agevolazioni. Questo è chiaro anche dall’articolo dell’Espresso ma è bene ribadirlo».
A ruota la smentita del presidente emerito Francesco Cossiga che a sua volta nega condizione di favore nell’acquisto della casa. Questo mentre l’assessore capitolino alla Casa, Claudio Minelli, ha detto di non avere nessun problema a rendere noti gli acquirenti degli alloggi messi in vendita dal Comune «a chiunque ne faccia richiesta». Cosa che farà da lunedì attraverso la società «Risorse per Roma» che ha curato le procedure di vendita degli immobili.
Intanto va in scena lo scontro a distanza tra Massimo Donadi, capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera, e Mauro Fabris, stesso ruolo ma nelle file dell’Udeur. Un botta e risposta tra due colonnelli ma dietro cui, fin troppo ovvio, si nasconde l’infinita guerra di posizione tra i «generali» Antonio Di Pietro e Clemente Mastella, che nell’inchiesta dell’Espresso è uno dei casi più eclatanti.
Venerdì Donadi, dopo la raffica di smentite, precisazioni e minacce di querele seguite allo scoop, aveva detto che «destano una certa preoccupazione le notizie pubblicate dal settimanale L’espresso». Quindi l’ennesima brutta figura e caduta di credibilità della politica italiana. Ma anche l’occasione, per il deputato dell’Idv, per rilanciare la necessità del ricambio generazionale anche perché, ricorda, «ricoprire lo stesso ruolo per anni, tanto più se pubblico» può indurre qualcuno ad «approfittare della propria posizione». Il tutto senza mai nominare Mastella. Ma a Fabris importa poco e niente, così nella tarda mattinata di ieri risponde per le rime, e lui Di Pietro lo cita e quanto bene: «Invitiamo l’on. Donadi, prima di lanciare qualsiasi giudizio sugli altri, ad andarsi a rileggere l’articolo sul Giornale del 19 aprile scorso, nel quale si ricordano i “colpaccì” messi a segno dal titolare delle Infastrutture, compiuti anche grazie ai rapporti non certo ordinari con forti gruppi immobiliari che gestiscono il patrimonio pubblico già dismesso».
Per rinfrescare le memoria, nel pezzo citato da Fabris il Giornale, prendendo spunto dall’approfondimento di Italia Oggi successivo alle dichiarazioni dei redditi dei ministri del governo Prodi, faceva un escursus sulle iniziative imprenditoriali dell’ex Pm. Attività, che avrebbero visto il clou, ricorda, proprio nel periodo in cui Di Pietro era magistrato. Per Fabris, in conclusione, solo un’occasione per l’Idv «per guadagnare facile consenso», cosa per cui però «non bisognerebbe avere scheletri nell’armadio». Puntuale Donadi risponde. Con il «dispiacere» di vedere Fabris «arrampicarsi sugli specchi» in una polemica inesistente, in cui però, «pur essendo fermamente convinti del contrario» qualcuno «anche dalle parti di casa sua ha la coda di paglia». Per Donadi, Di Pietro non ha bisogno di difensori, tanto da poter andare a «qualunque confronto con una serenità assolutamente serafica». Poi, nascondendo la mano dopo aver tirato il sasso, «invece di prendersela con noi che non ce la siamo presa con lui né con il suo parito», invita Fabris a chiarire davanti all’opinione pubblica. O, in sostanza, a tacere.