Veltroni s’imbarca in ritardo «Giù le mani da D’Alema»

Il «caso Ikarus» mette in difficoltà l’ex premier, solo ora difeso dal sindaco di Roma: «Inaccettabili insinuazioni». Berlusconi: bene, ditelo ai proletari...

Luca Telese

da Roma

Ieri ha scelto La Repubblica per difendersi da quelle che ritiene ingiurie, dice che la passione per il suo Ikarus da ottocentomila euro è figlia del suo amore per il mare, e la cosa suona un po’ buffa, come se l’amore per la strada imponessero di comprarsi la Porsche o la Maserati, o quella per il volo richiedesse l’acquisto dell’Air force one.
Due sere fa era a colloquio con il suo intervistatore preferito, Massimo Giannini, ieri mattina - di prima ora - sotto i riflettori di Antonello Piroso a Omnibus, la platea di La7 per parlare all’elettorato di sinistra, per allontanare l’ombra del sospetto che si è abbattuto sul suo stile di vita. Persino quelli che vogliono bene a Massimo D’Alema, in queste ore, non riescono a capire fino in fondo la sua strategia difensiva, il suo arroccamento, le mille mezze verità che il presidente dei Ds sta distillando di giorno in giorno su una vicenda sempre più contorta, la fatica che fa per spiegare quanto costa la sua barca, chi paga le rate, dove ha trovato i soldi per un acquisto così oneroso. Nessuno gli addebita, per esempio, il sospetto di un qualsiasi reato: ma questo certo non implica l’esenzione automatica da qualsiasi critica. Eppure il presidente dei Ds ha scelto la via della drammatizzazione: «Sulla barca sono vittima di un attacco indegno, fa paura la forza dei Ds»: E ancora: «Al timore che il partito democratico sia egemonizzato da noi, si somma l’odio verso il Pci. E mirano a me perchè, come disse Agnelli sono indigesto all’establishment». Dieci anni spesi a dire che sei diventato un’altra cosa, poi nel momento difficile usi il Pci per coprire l’albero in fibra al carbonio. D’Alema non prende nemmeno in considerazione l’idea che si miri a lui perchè il leasing della sua barca corrisponde allo stipendio di cinque metalmeccanici messi insieme, e così incassa persino il sarcasmo un po’ solidale e un po’ feroce di Silvio Berlusconi: «Sulla barca di D'Alema - dice il presidente del Consiglio - mi basta che gli elettori sappiano che il leader di un partito, che ha un certo programma si presenta come partito dei proletari, disponga di una barca del genere: questo mi rende felice...». E poi aggiunge: «Qualcuno dei nostri ha detto che non vedeva nulla di irregolare e stigmatizzabile in quell'operazione, e anch'io sono dello stesso parere». E ieri, per la serie «non è mai troppo tardi» anche Walter Veltroni ha deciso che era giunto il momento di mettere la mano sul fuoco per lui: «Conosco Massimo D'Alema da più di 30 anni e ne conosco la sobrietà dello stile di vita. Considero perciò inaccettabile ogni insinuazione di carattere morale nei confronti della sua persona. Considero tutta la vicenda - ha concluso l’ex rivale - un segnale preoccupante dei rischi di imbarbarimento che minacciano il confronto politico nel nostro paese». Sempre a La Repubblica il presidente dei Ds aggiungeva: «Ma quali stili di vita! Io campo del mio stipendio, dei proventi di qualche libro di successo e di cause che vinco in tribunale» (campa). Al contrario degli elettori dell’Ulivo cantati dei manifesti della propaganda elettorale, insomma, «arriva a fine mese». Eppure tra i due D’Alema di ieri ancora si intravedeva una miscela esplosiva di vittimismo e di vanteria: quello che parlava al quotidiano di Ezio Mauro suonava la campana dell’orgoglio di partito e del vittimismo, quello ospite di Piroso toccava le corde dell’orgoglio un po’ spaccone. Il primo lanciava allarmi preoccupati, e definiva come «ostacolo più insidioso il permanere dell’anticomunismo», associando con un qual certo sforzo di iperbole, le polemiche sul suo estratto conto alle contese ideologiche del Novecento. Il secondo ruggiva spavaldo: «Non mi sono mai preoccupato della mia immagine, mi occupo della sostanza. Comunque a molti non piace ma a molti piace e, posso dire, che a chi piace è un target di qualità». La polemica per lui, lo ha solo rafforzato: «Come dicevano i latini, ex malo bonum. L'opinione pubblica ha finalmente aperto gli occhi. La preoccupazione di molti italiani, oltre tutto, è che ti possano venire a spulciare gli estratti del conto corrente non su ordine della magistratura, ma su indicazione di un partito politico e di un direttore di giornale. È una cosa da terzo mondo». Certo, ogni tanto salta fuori la zampata dell’uomo di spirito, come quando Piroso gli chiede se abbia ragione Francesco Cossiga a dire che con questa polemica qualcuno voglia impedire la sua ascesa al Quirinale, e lui risponde: «Sicuramente vogliono impedirmi di salire sulla mia barca...». E poi, sempre a Repubblica: «Preferisco fare sacrifici per avere una mia barca, piuttosto che farmi portare su quelle dei signori», altra affermazione meravigliosa, come se quell’acquisto fosse sempre figlio di una necessità e non un umano desiderio, come se uno spiegasse l’aquisto della tour Eiffel per non essere costretto a usufruire del suo ascensore a pagamento.
Se metti in fila tutto questa pioggia di dichiarazioni, alla fine, resta sempre la nota stonata, il conto che non torna, la doppia morale. Non a caso il dispiacere più grosso al presidente dei Ds glielo ha fatto Giuliano Ferrara, che almeno apparentemente voleva difenderlo, quando lo invitava a tenere insieme soldi e politica senza remore, al pari «di Craxi, Berlusconi, Schröder e Blair», ben sapendo che il paragone con Bettino in questo momento per il leader Maximo è peggio di un bicchiere di cicuta. «La pianti D’Alema di civettare con la sua vecchia immagine di giovane pioniere del socialismo - scriveva Ferrara - riconosca che il partito ha bisogno di una banca amica, punto». Che poi è proprio quello che in queste ore D’Alema si affretta a negare in ogni modo.