Veltroni sale sul pullman e sogna il sorpasso: "Possiamo recuperare"

Il leader del Pd inizia il tour per l’Italia e arringa la folla: &quot;Abbiamo guadagnato due punti&quot;. La sua strategia è quella di <strong><a href="/a.pic1?ID=242059">mescolare tutto e il suo contrario</a></strong>

Pescara - E poi ad un certo punto, proprio alla fine del suo comizio, Walter Veltroni si rivolge direttamente alla folla che riempie la piazza dove sta tenendo il suo comizio: «Fra poco, quando tutti insieme canteremo l’inno italiano...». Il bello è che subito dopo accade: Fra-tel-li d’I-ta-lia!, la bandiera tricolore che garrisce al vento, e lui che scandisce le parole una ad una. Ecco, se uno dovesse raccontare la prima giornata di pullman dell’ex sindaco di Roma più che almanaccare le sue dichiarazioni, dovrebbe partire da questa immagine, dalla totale rottura di continuità con la tradizione della sinistra. Questo Veltroni fa dell’Inno di Mameli il plot della sua campagna elettorale, e ha fatto della giornata di ieri una specie di prova generale di quello che accadrà in tutta Italia, da qui alle elezioni. La giornata tipo del viaggio in pullman, infatti è articolata così: «Un grande appuntamento di massa la mattina o la sera, con la formula classica del comizio. Poi una serie di incontri simbolici o qualificati: ad esempio, ieri, quello con il figlio del giudice Alessandrini - Marco - ammazzato da Prima linea durante gli anni di piombo. E infine, l’ultima innovazione, il piatto forte del «format» che Veltroni ha messo a punto fin dai tempi di Torino: il pranzo a casa della famiglia Presenza, una normale famiglia italiana non politicizzata, che abita alla periferia della città, con due figlie di 16 e 19 anni, e una nonna di 84. Per quasi due ore, una folla sterminata di giornalisti aspetta davanti alla casetta di periferia circondata di telecamere e di curiosi. Poi, quando il leader del centrosinistra esce, e rilascia una dichiarazione contro lo stupratore recidivo, la stampa apprende che Veltroni è stato servito a base di timballo di lasagne, vitello al forno, addirittura agnello arrosto, al punto che a un certo punto si era affacciato al balcone e con una battuta ironica aveva esclamato: «Aspettiamo che ci liberino con il cibo».
In realtà, al canovaccio del comizio di Spello, all’impianto forte della sua campagna elettorale, tutta basata su «il nuovo», «il futuro» e «l’innovazione», Veltroni ieri ha aggiunto alcune innovazioni. La prima è la strategia dell’annuncio, quella che gli fa centellinare, giorno per giorno, la lista delle nuove candidature. Due giorni fa l’unico operaio superstite della Thyssen, il giorno prima quella di Matteo Colaninno, ieri, quella del nuovo capolista in Calabria: l’ex prefetto di Reggio, Luigi De Sena. Ieri, tutto il discorso dell’ex sindaco, era teso ad esaltare la novità del Partito democratico: «Mi piacciono le rimonte, che poi, nella vita e nella politica, sono le cose più belle». E subito dopo, pur dichiarando di non voler usare in campagna elettorale i sondaggi, Veltroni faceva un po’ di conto, cercando di motivare la piazza: «Sapete che davvero nelle ultime settimane abbiamo già recuperato due punti di svantaggio, e siccome restano sei punti, che però vanno divisi per due, perché ogni punto conquistato all’avversario vale il doppio, alla fine davvero la distanza è recuperabile».
Già: recuperare. Sul pullman, Veltroni era seguito da tutto il nucleo ristretto che in queste ore sta dirigendo il Partito democratico. Il braccio destro, Walter Verini, il suo più stretto collaboratore, futuro candidato nelle liste del Pd. E poi Ermete Realacci, il responsabile della comunicazione, che oggi presenterà la campagna del Pd. E quindi Renzo Lusetti, altro dirigente di primo piano, più tutto lo staff, dal portavoce Roberto Roscani, agli uomini dell’ufficio stampa come Luigi Coldagelli. Ebbene, sul torpedone, mentre Coldagelli cercava invano sulle agenzie le dichiarazioni di Silvio Berlusconi e di Gianfranco Fini (che ieri hanno taciuto), gli uomini del Pd, rivelavano le carte della loro strategia: «Abbassando il tono della conflittualità - spiegava Realacci - noi abbassiamo le difese immunitarie di quella parte di elettori, che magari nelle ultime tornate hanno votato centrodestra, perché sono state allontanate dalle campagne antiberlusconiane del vecchio centrosinistra o catturate dalle campagne anticomuniste del Cavaliere. Per questo Walter terrà fino alla fine questo standard, eviterà in ogni modo di demonizzare l’avversario, perché sa che quei voti, sono quelli che fanno la differenza». Ed è anche per questo, che forse, sempre in piazza, Veltroni accentuava il carattere nuovista del suo discorso: «Né il centrodestra né il centrosinistra sono riusciti in questi anni a introdurre le innovazioni necessarie che servono al Paese». E poi, ridisegnando la mappa della politica: «Casini, con una scelta coraggiosa, ha staccato l’Udc dal centrodestra». E poi, in una dichiarazione separata: «Se tu dal centrodestra togli il centro, quello che resta è la destra». Insomma, posizionare il Pd al centro, cambiare lingua politica, passare dall’identità di classe al tricolore dell’identità nazionale. Questa è la strategia del pullman, per combattere fino all’ultimo voto nel segmento prezioso degli elettori di centro, quelli che secondo Veltroni stavolta faranno veramente la differenza: «Sapete, questa legge elettorale l’hanno scritta loro, chi prende anche solo un voto in più ottiene la maggioranza del 55 per cento, ed è quello che noi proveremo a fare».