Veltroni salva l’Italia: soldi (finti) per tutti

La ricetta anticrisi del leader Pd: aumenti di stipendio, taglio a
tappeto delle tasse, un milione di nuovi occupati. Ma sbaglia i conti:
calcola 16 miliardi di spesa complessiva, gliene servirebbero almeno 30
solo per un obiettivo

Il governo ombra deve aver preso un colpo di sole. Solo una mente confusa infatti potrebbe partorire un testo umoristico come «il piano anticrisi» del Partito democratico, presentato ieri ad un’esterrefatta audience, spacciandolo per un documento serio.
Prima ancora di aprirlo ricordiamo da chi viene: stiamo parlando di proposte per risolvere una crisi mondiale presentate da quello stesso Veltroni che si è distinto per aver risanato al contrario il bilancio del Comune di Roma e da quello stesso partito che, essendo stato al governo in un periodo di economia ottima, invece di mettere fieno in cascina per i momenti difficili come l’attuale ha ben pensato di inventarsi i «tesoretti», sperperando inutilmente capitali che sarebbero stati sufficienti per pagare il libro dei sogni partorito dal Pd per due. Ricordiamo una volta per tutte che l’ultimo atto del centrosinistra al governo (nonostante le avvisaglie della crisi, anticipate dalle Borse, già si vedessero bene), fu di dilapidare circa trentun miliardi di euro, fra Finanziaria, decreto e pacchetto welfare. Soldi che avrebbero fatto più che comodo adesso, ma non c’è problema, il Partito democratico ci dice che basta spenderne altri 16 per sistemare tutto. Trentuno più sedici fa quarantasette, morto che parla, la smorfia napoletana a volte ci vede giusto. Scorrendo i punti del documento del Pd si rimane scoraggiati: più tutto per tutti. Ammortizzatori sociali, sgravi fiscali (per tutti i famosi redditi bassi ovviamente, quelli che includono gli evasori e che rappresentano la stragrande maggioranza dei redditi), denari per le imprese, per le donne, per i lavoratori autonomi, per il Nord, per il Sud e soprattutto per l’ecologia, che ci salverà tutti, chiedere a Pecoraro Scanio in caso di dubbio.
Dove si trovano i soldi per questo Bengodi? Molto semplice, anzi, banale per l’Obama di Cinecittà, basta andare a pagina 5 dove si dice (è proprio così, parole testuali) che i fondi si trovano con una «spending review sulla quale fondare una sistematica operazione di benchmark». Deve averla letta in qualche manuale per le circolari d’impresa e dato che suonava bene ha ben pensato di metterla, di solito seguono le parole «sinergie» e «proattivo», aspettiamo con fiducia.
Peccato che poi anche i sedici miliardi annunciati bastino solo per il frontespizio di questo libro di favole. Cogliendo da fiore a fiore troviamo «100 euro in più al mese per i redditi fino a 30000 euro l’anno», benissimo, facciamo due conti supponendo, per venirgli incontro, che il Nostro stia parlando di 100 euro lordi. Cento per dodici mesi fa 1200, i redditi inferiori a trentamila euro sono circa il 65% dei contribuenti, vale a dire circa 25 milioni di persone, quindi già solo questo costa quasi 30 miliardi.
Dobbiamo andare avanti? Se si vuol cercare dell’altro umorismo scopriamo delle battute ribollite di Prodi che si pensava non facessero più ridere: la più spudorata riguarda l’ennesima riproposizione dei «mille treni per i pendolari», sempre promessi e sempre espunti da ogni Finanziaria del centrosinistra: eccoli ricomparsi magicamente e, nel documento non si dice (in una favola non sta bene) ma secondo le carte del Pd sarebbero finanziati alzando le tasse sulla benzina. Neanche da dire che le tasse rimarrebbero, mentre i treni finirebbero per l’ennesima volta sul solito binario morto.
La bufala più grande comunque riguarda la «green economy». Quando il petrolio volava a 150 dollari al barile in nome dell’ecologia si fermavano la Tav e i lavori per i trasporti su rotaia, adesso che il prezzo è sceso a 30 ci inventiamo il risparmio energetico? Sperando pure che con tecnologie non competitive si riesca a creare un milione di posti di lavoro?
A dir la verità l’idea di salvare il mondo con l’ecologia non è del tutto nuova, ci avevano già pensato i Barbapapà, quei simpatici animaletti che cambiavano forma tanto popolari negli anni ’70, nel loro quarto libro. Favole, appunto.
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