Veltroni scopre il «merito» dopo aver piazzato gli amici

RECONQUISTA Walter striglia Bersani: «Ha solo il 53%. Non può pensare di fare tutto da solo»

RomaLa nascita del Pd è stata un processo lungo, travagliato, cruento. Ha provocato lo scioglimento di svariati partiti, la decapitazione di innumerevoli leader, l’abbattimento di alcuni governi. Non suona dunque insensata la domanda di Walter Veltroni: «E abbiamo fatto tutto questo per avere Casini presidente del Consiglio?». Lui, Walter, non ha alcuna intenzione di permetterlo, e di far morire democristiano il Pd: D’Alema e Bersani sono avvertiti.
L’ex segretario del Pd è tornato, e fa sentire la sua voce con una lunga intervista al Corriere della Sera. Ha aspettato un po’, dopo le disastrose (per D’Alema) primarie di Puglia, per non dare l’impressione di gioire delle sventure altrui e per aspettare che l’eterno rivale fosse ben sistemato al Copasir, lontano dalla stanza dei bottoni del Pd e alle prese con le barbe finte. Poi è partito in quarta: ora che la «tutela» dalemiana si è allentata, il segretario deve fare i conti con la minoranza congressuale, di cui Veltroni è deciso a riprendere la guida politica. Non vuol certo fare il capocorrente, precisa, perché lui trova la parola stessa «orribile», almeno quanto «il rumore delle unghie sulla lavagna». Anzi, ricorda, «mi sono dimesso contro le correnti, che ogni giorno segavano l’albero su cui tutti eravamo seduti». E ora ha intenzione addirittura di fondare una «scuola contro le correnti», per insegnare ai giovani che la politica è una «vocazione» e per farla devono valere solo «il merito e le competenze». Certo, qualcuno magari storcerà il naso ricordando meriti e competenze di qualche star lanciata da Veltroni, da Marianna Madia (parlamentare) a Giorgio Van Straten (Cda Rai). Ma tant’è. E con Veltroni il segretario dovrà fare i conti.
Bersani, ricorda Walter, ha solo il 53%, «e magari neanche più quello». Ergo, «non può pensare di fare da solo», e dovrebbe essere «il primo interessato a una gestione collegiale», che neutralizzi la guerriglia interna, e fermi la deriva dalemiana. I punti fermi messi da Veltroni sono chiari: niente inciuci con Berlusconi; nessun asse preferenziale con Casini («voler fare dell’Udc la nuova Margherita è sbagliato», e se «un partito del 5% diventa arbitro della vita nazionale, l’Italia finisce peggio della Grecia»); stop a ogni nostalgia proporzionalista e tentazione «tedesca». «Dopo gli strappi di Berlusconi - spiega - escludo ora che il centrosinistra possa fare altro che condurre una battaglia di opposizione contro le forzature delle regole del gioco». E se fosse in corso qualche trattativa inconfessabile con pezzi di maggioranza, l’ex sindaco di Roma si occupa di stroncarla senza pietà: «Sento parlare di scambio tra immunità e riforma elettorale proporzionale: follie. Uno scambio tra due cose sbagliate».
Pierluigi Bersani reagisce con prudenza: Veltroni, assicura «è una risorsa» per il Pd, «figuriamoci se è un problema». E intanto si occupa di mettere il proprio timbro su un possibile successo alle prossime Regionali: «Siamo un partito che è in ripresa, che al di là di tutte le chiacchiere che si sono fatte è un partito in piedi, che combatterà, che secondo me ha davanti un buon risultato alle prossime elezioni». E se così fosse, è il messaggio sottinteso, il merito andrà riconosciuto al nuovo segretario. Che non ama etichette e patronati: «Bersani è di Bersani e basta», suole ripetere, e dunque non ha intenzione - se possibile - di passare dalla tutela di D’Alema a quella di Veltroni.