Veltroni «sfiduciato» dai suoi ma salvato in extremis dal Viminale

La sua maggioranza gli chiedeva le dimissioni ma un provvedimento urgente rimanda la sua scelta

Quando anche i «suoi» si erano decisi a rompere gli indugi e a chiederne le dimissioni, ci hanno pensato Viminale e Anci a vestire i panni del deus ex machina e a risparmiare a Walter Veltroni la pressione di una decisione in tempi brevissimi sull’abbandono del Campidoglio.
La vicenda è nota. Se l’incarico che il Quirinale ha assegnato a Marini dovesse risolversi in un nulla di fatto, le elezioni anticipate sarebbero dietro l’angolo, insieme alla ovvia candidatura del leader Pd. Veltroni a quel punto dovrebbe rinunciare al suo ufficio con vista Fori. Ma se il consiglio comunale viene sciolto dopo il 24 febbraio, la legge prevede che le elezioni locali vengano rinviate all’anno successivo. E siccome ci vogliono venti giorni per ratificare le dimissioni del primo cittadino, o Walter annuncia di voler fare le valigie entro domani oppure supera la deadline. Condannando Roma a un lungo periodo di sub-governo, con un commissario governativo che avrebbe solo poteri sull’ordinaria amministrazione.
Una prospettiva funesta, che ha spinto da giorni il centrodestra a reclamare le dimissioni, almeno cautelative, di Veltroni. Ieri il coro si era fatto unanime. Anche la maggioranza capitolina che sostiene il sindaco, infatti, aveva espresso l’auspicio di un «commissariamento breve», che tradotto in parole povere corrispondeva alla richiesta di dimissioni entro la scadenza di sabato. Nella discussione di giunta la maggioranza di centrosinistra aveva concordato sulla necessità di scongiurare il rischio di lasciare alla guida di Roma un commissario per ben dodici mesi. Era stato esplicito sul punto il capogruppo capitolino della Rosa nel Pugno, Gianluca Quadrana. Dimissioni, «per evitare un rischio paralisi a Roma, e poi d’altra parte, anche i consiglieri saprebbero meglio come comportarsi». Sulla stessa linea Eugenio Patanè, consigliere capitolino del Pd, che definiva «devastante» per la città l’eventuale anno di commissariamento. E per Massimiliano Smeriglio, segretario romano del Prc, l’ipotesi di un commissario al posto di Veltroni era accettabile «solo per breve durata».
Più cauto, ma non poteva essere altrimenti, il capogruppo del Pd in Campidoglio, Pino Battaglia: «È chiaro che se mi si chiede se vorrei un sindaco o un commissario, rispondo un sindaco, e se mi si chiede se sarebbe meglio un commissario per un tempo breve o lungo, rispondo breve. La verità è che si tratta di un discorso di pura accademia, perché Veltroni potrà dimettersi solo dopo lo scioglimento delle Camere». Pura accademia, vero. Perché a togliere dall’imbarazzo di una scelta istantanea Veltroni provvede una nota dell’ufficio stampa del Viminale. Poche righe in cui il ministero di Giuliano Amato e l’Anci sollecitano «l’opportunità» di un «atto legislativo di urgenza» per «consentire di far svolgere le elezioni locali entro il 15 giugno» anche se il consiglio capitolino verrà sciolto dopo il 24 febbraio. Il tutto proprio per evitare la gestione commissariale, «con chiara ferita del principio democratico». Il comunicato non parla del «caso Roma», anzi sottolinea che vi sarebbero molti altri comuni interessati dal rischio-commissariamento. Ma la presa di posizione del Viminale nelle ore in cui l’attesa della decisione di Veltroni si faceva spasmodica non sembra casuale. Naturale che il leader del Pd, in serata, tiri un respiro di sollievo per la soluzione prospettata. È un «fatto positivo», chiosa Veltroni, prima di augurarsi un futuro non troppo breve da sindaco: «Spero che questa eventualità non si determini perché spero che il governo si riesca a fare e che l’appello del presidente Napolitano venga ascoltato». Adesso, in fondo, non c’è più fretta.