Veltroni si arrende ai falchi: rotto il dialogo

Virata del segretario dopo il nuovo flop in Sicilia per anticipare i contestatori. I suoi: &quot;Non riusciva più a reggere la linea&quot;. E apre al Prc. <strong><a href="/a.pic1?ID=269770">L'opposizione acclama il giudice del caso Mills</a></strong>

Roma - «Berlusconi ha strappato la tela del dialogo: non si potrà dire che è finito per un atteggiamento ideologico dell’opposizione, ma per volontà di scontro della maggioranza», scandisce Walter Veltroni al Tg3.
Se non fosse stata la norma «salva-premier», sarebbe stata un’altra ragione. Sta di fatto che ormai Veltroni aveva l’urgente necessità di un pretesto, convincente agli occhi del suo popolo, per una netta sterzata alla sua linea «dialogante». E la disastrosa débâcle siciliana, unita all’incombere della scadenza di venerdì, quando si riunirà l’Assemblea costituente Pd, e quando presumibilmente molti suoi contestatori interni sarebbero venuti allo scoperto, hanno imposto un’accelerazione. «Walter stava reggendo una linea sempre più difficile da tenere - spiegano dall’inner circle del segretario - e Berlusconi non lo ha aiutato, anzi. Abbiamo fischiettato su Rete 4, fatto finta di niente sulla superprocura di Napoli, glissato sui militari per le strade: oltre non potevamo resistere».

Nei sondaggi, Di Pietro continua a crescere e il Pd a calare, i giornali di riferimento (Repubblica in testa) picchiano duro, il malcontento interno al Pd dilaga. «Io sono stata e continuo ad essere favorevole alla linea del dialogo sulle regole - ragionava ieri a Montecitorio la ministra ombra Maria Paola Merloni - ma le pressioni contrarie su Veltroni, dentro e fuori il Pd, stanno diventando sempre più forti. E Berlusconi non gli sta offrendo sponda, nessun risultato da esibire».

L’emendamento sui processi ha funzionato da detonatore di una svolta ormai necessaria alla sopravvivenza stessa della leadership. Anche perché questa volta è venuta meno pure la sponda di Giorgio Napolitano, che con la sua benedizione ha finora legittimato la linea soft del leader Pd: dal Colle sono trapelate forti critiche per l’emendamento che blocca i processi. Così, ieri mattina Walter Veltroni ha prenotato due interviste serali ai Tg del prime time, e ha dato l’annuncio: «Abbiamo cercato di portare l’Italia fuori dal passato, sopportando anche critiche. Ma quando è proprio sulle regole del gioco che si producono strappi come quelli di queste ore, è evidente che si precipita verso il passato».

Il leader del Pd cerca di uscire da un vicolo cieco, e di recuperare terreno interno per restare in sella. Annunciando il ritorno all’opposizione dura e pura, sul terreno da sempre più favorevole all’antiberlusconismo militante e girotondino, quello della giustizia, depotenzia la concorrenza di Di Pietro (che infatti ironizza, «benvenuto nel club degli occhi aperti»), ma soprattutto spunta le armi alla fronda interna, quella dalemiana innanzitutto. E in serata arriva la seconda mossa a sorpresa: dal loft fanno trapelare notizia di un incontro (non confermato dal Prc) con il segretario dimissionario di Rifondazione, Franco Giordano: il dialogo che si chiude con Berlusconi riprende a sinistra. E venerdì, nella sua relazione all’Assemblea Pd, Veltroni annuncerà la seconda svolta: certo rivendicherà la scelta della «autosufficienza» del Pd fatta alle ultime elezioni, ma insisterà sulla necessità di ricostruire ora il rapporto con la Sinistra, in vista delle prossime amministrative. Scavalcando così D’Alema, che quel rapporto lo stava ricucendo in proprio insieme a Bersani, e offrendosi lui come interlocutore dei bertinottiani. In cambio, dovrà far saltare l’unico «tavolo sulle regole» già aperto con il Pdl, quello sulla riforma della legge elettorale europea. Niente sbarramento al 5% e soprattutto niente revisione dei collegi, ma riparto nazionale dei voti. Come vuole il Prc, e anche la Lega.