Veltroni si sente accerchiato: «Vogliono affondare il partito»

Il segretario dei Democratici «furibondo» con «Repubblica». Il fedelissimo Tonini: «Ma così regalano il paese a Berlusconi»

da Roma

Walter Veltroni, racconta chi ci ha parlato ieri, è «furibondo» con Repubblica. «È la seconda offensiva in pochi mesi contro il Pd: prima hanno montato la storia dei girotondi e di Piazza Navona, ora il dossier Tavaroli...».
Sembrano molto lontani i giorni della «tessera numero 1» del Partito democratico e della benedizione di Carlo De Benedetti alla futura leadership veltroniana. Lontani anche i mesi in cui il quotidiano di Largo Fochetti martellava il gruppo dirigente dei Ds sul caso Unipol, abbandonava al suo destino Prodi e apriva la strada a Walter. Certo, la bizzarra intervista a puntate allo spione di Telecom metteva nel mirino, con tanto di nome e cognome, Piero Fassino e Massimo D’Alema, non Veltroni. Ma il leader del Pd è il primo ad avere chiaro che l’operazione di screditamento colpisce «tutto il partito». E a Veltroni e ai suoi non sono sfuggiti altri segnali inquietanti che arrivano da quei pezzi un tempo amici di establishment, come ad esempio l’editoriale di un paio di giorni fa sulla Stampa, firmato da Andrea Romano. Nel quale, dichiarata fallita la linea veltroniana, si evocava la necessità, per le opposizioni che oggi marciano confusamente separate (Pd, Idv, Udc, un domani Rifondazione), di tornare al «modello Prodi», cercando una «personalità esterna» che sappia «federare» ciò che oggi è diviso e candidarsi a guidarlo per il governo. Personalità da cercare nel «paese reale» e «all’esterno del perimetro» dell’attuale dirigenza di centrosinistra, che ormai pare incapace di offrire «candidati più appetibili di Veltroni». Nessun nome perchè sarebbe «prematuro», ma «i volti possibili sono pochi».
«Ma dove vogliono andare a parare?», si interroga il veltroniano Giorgio Tonini. «C’è un tentativo di delegittimare un’intera leadership che, col progetto del Pd come grande partito moderno, punta a ripristinare il primato della politica. Invece si evoca e si cerca un presunto “uomo della provvidenza” che, da fuori, ricostituisca il centrosinistra. Altro che “modello Prodi”, non si rendono conto che così regalano il paese a Berlusconi?». Al quale già, nota Tonini, le operazioni come il «dossier Tavaroli» aprono «un’autostrada». «Perché se Repubblica si mette a sparare in prima pagina tutta l’immondizia che trova, dimostra che ha ragione Berlusconi quando dice che ci vuole la mordacchia per la stampa». Gli fa eco Ermete Realacci: «L’operazione di Repubblica è totalmente incomprensibile: ma come si fa a dare quattro pagine ad un personaggio come Tavaroli, manco fosse un novello Dreyfus? È evidente che i grandi giornali hanno interesse a tenere la politica, e in particolare il Pd, debole».
Prova a fare dell’autoironia Gianni Cuperlo: «Vogliono metterci in ginocchio, ma più in ginocchio di così è difficile... Chissà, magari pensano a Luca Cordero di Montezemolo come leader del nuovo centrosinistra, ma ha un nome troppo lungo per i manifesti. Allora meglio Pier Ferdinando Casini, se proprio vogliono un nuovo Prodi!». La butta lì ridendo, Cuperlo, ma nei disegni a lunga scadenza che si studiano in casa dalemiana e non solo, l’ipotesi Casini non è poi così peregrina. E uno come Enrico Letta lo accenna quando dice che «non vogliamo forzare la mano a Casini, ma con lui c’è una naturale e forte sintonia». E comunque, aggiunge, «abbiamo quattro anni di tempo per lavorarci e riorganizzare l’assetto dell’opposizione».
Non sono giorni facili, per Veltroni, che nel partito continua a temere l’assedio dalemiano, fuori la concorrenza sleale di Di Pietro e che, nonostante la new wave antiberlusconiana, vede sfuggire la sponda di Repubblica e sorgere lo spettro di un «nuovo Prodi». Fassino, invece, dopo la «vigliaccata» subita con l’improbabile storia del conto «Oak», ieri si è preso diverse soddisfazioni: la solidarietà bipartisan del Senato a lui e Nicola Rossi, con tanto di applausi reciproci tra Pd e Pdl, la telefonata di «stima» arrivata addirittura dal Quirinale, e quella affettuosa di Ciampi. «Per Repubblica è stato un boomerang, ne escono a pezzi», si è sfogato con i suoi. E ha rievocato: «Da anni c’è da quelle parti il tentativo ricorrente di delegittimare il nostro gruppo dirigente», prima «a favore di Walter» e ora, dopo aver «smontato la sua linea» facendo muro contro il «dialogo» e contro ogni tentazione «garantista» del Pd, «non va più bene neanche lui».