Veltroni spiazza i compagni e mette le mani sull’Unità

Il sindaco di Roma studia da padrone nel quotidiano ds: legame saldo coi nuovi azionisti, i costruttori Toti

Roma - Non siamo allo storico «A Fra’ che te serve?» rivolto da Caltagirone (Gaetano) a Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti. No, niente di tutto questo. Il fatto è che secondo le indiscrezioni, rilanciate dall'austera agenzia del Sole-24ore, a salvare (meglio, ri-salvare) l'Unità dovrebbero arrivare i re di mattoni e di denari, i fratelli Pierluigi e Claudio Toti, i padroni della Lamaro Appalti. Combinazione: sono anche massicciamente presenti nella cementificazione che il sindaco buono, Walter Veltroni, ha avviato ai quattro punti cardinali della capitale. Mattoni ovunque (loro lo chiamano «il volto nuovo di Roma che cresce»).

Ma torniamo al quotidiano fondato da Gramsci e affossato una prima volta nel 2000 (sospese le pubblicazioni) da Massimo D'Alema, grazie soprattutto alla montagna di debiti fatti da Walter durante la sua direzione megalomane. Ora da capo in pectore del Partito democratico Veltroni all'Unità, di cui per l'appunto è stato direttore, rischia di tornarci da padrone. L'assemblea dei soci il 7 maggio ha deliberato un aumento di capitale per due milioni di euro. Uno è stato versato. Entro oggi l'altro dovrebbe sottoscriverlo il gruppo Toti-Lamaro attraverso la Fondazione Silvano Toti, intitolata alla memoria del papà scomparso nel 1989 e che si occupa di cultura.

Ma non è l'unica partita che nella battaglia che infuria nel Botteghino e dintorni Walter sta vincendo. Tra Veltroni e i Toti c'è un feeling speciale: lui apprezza loro, loro apprezzano lui. Un amore corrisposto. Sentimento che a volte ci vede bene. In questi dieci anni, grazie alla leva finanziaria garantita anche dai consistenti progetti edilizi ottenuti dall'amministrazione comunale, i Toti-Lamaro hanno avuto uno sviluppo esponenziale. Entrando nel mondo delle banche e a far parte di quelli che si chiamano i «poteri forti». Oltre alle partecipazioni nella Banca Leonardo, sono soci di sindacato in Capitalia, in Mediobanca, sono partner per il settore immobiliare del Monte dei Paschi. E loro, amici di Veltroni, si sono aggiudicati metà del pacchetto di azioni (il 5%) di Rcs (editrice del Corriere della sera) di Stefano Ricucci, che invece era amico di Giovanni Consorte per cui tifavano D'Alema e Fassino.

E adesso l'Unità. Se sarà confermata la sottoscrizione dell'aumento di capitale e l'ingresso dei Toti come soci, Veltroni potrà contare sull'appoggio del foglio che resta nel cuore di una fetta del popolo di sinistra. Ma per favore non chiamateli «palazzinari». La radioweb «Veltroni sindaco di tutti» cita entusiasta Claudio Toti come «imprenditore attivo a Roma», che a sua volta loda «l'impegno del Comune di Roma». Nella capitale semmai li chiamano i «caltagirini», per la passione per le banche e lo stile appartato che condividono con l'ingegner Francesco Gaetano Caltagirone. Pierluigi, 59 anni, presidente della holding, laureato in giurisprudenza, la mente del gruppo, è il più riservato. Appena più frivolo Claudio, il fratello minore, ingegnere, che si diletta a parlare della loro squadra, la Virtus Roma basket (l'hanno ribattezzato «il Moratti della pallacanestro»). La parola d'ordine in famiglia è low profile: mai l'ombra del gossip. Impossibile beccarli a eventi mondano.

I Toti-Lamaro sono nella rosa ristretta di quelli tra cui l'amministrazione Veltroni ha distribuito l'alluvione di cemento di questi anni, cinque-sei nomi non di più: i Caltagirone (Francesco Gaetano e Leonardo), i Parnasi, i Santarelli-Bonifati, i Bonifaci. E appunto loro. Costruzioni per decine e decine di milioni di metri cubi, tutti in «variante al piano regolatore». Soldi a palate. I Toti-Lamaro forse hanno avuto più degli altri.

Tra i loro progetti, solo per fare qualche esempio, il mastodontico Centro polifunzionale «Porta di Roma» alla Bufalotta con la seconda mega-Ikea e 600 appartamenti di lusso, la nuova Fiera di Roma (solo qui 200mila metri quadrati), il nuovo centro Alitalia verso Fiumicino con il seguito - vista la crisi della compagnia di bandiera - di 110 ville diventate 300. Hanno acquistato e riaperto la Galleria Colonna, rimasta chiusa per un decennio e inzeppata di negozi; a loro è stata affidata la demolizione delle Torri del ministero delle Finanze all'Eur nonché la ristrutturazione della colossale area dei Mercati generali. E le loro realizzazioni nel diluvio cementifero non sono neanche le peggiori, anzi.

Un solo neo. Ma perché soltanto un milione per l'Unità? La storica testata, voluta da Antonio Gramsci (che si starà rigirando nella tomba), meriterebbe molto, ma molto di più.