Veltroni sta soffocando Roma di cemento

Il sindaco di Roma, in barba al piano regolatore, ha permesso
l’edificazione selvaggia della città. Affari d’oro per i palazzinari. Aveva promesso case a poveri e disoccupati, ha invece favorito la
costruzione di 20 milioni di metri cubi di edilizia privata. E i dati
ufficiosi parlano di 60 milioni. A beneficiarne, i soliti noti tra cui la Lamaro appalti

Roma - Mattone su mattone, casa per casa. Il sindaco di Roma, Walter Veltroni, il suo potere l’ha cementato anche così: in barba al tanto pubblicizzato Piano Regolatore Generale, approvato nel 2003 ma mai entrato in funzione, ha permesso l’edificazione selvaggia della Città Eterna ricorrendo a escamotage urbanistici - come varianti e compensazioni edificatorie - che altrove (ad esempio Salerno) sono state foriere di guai per sindaci, assessori, consulenti, imprenditori.

I dati ufficiali, sbandierati con orgoglio dal responsabile capitolino all’Urbanistica, Roberto Morassut, parlano di «20 milioni di metri cubi di edilizia privata attivati in questi anni». Quelli ufficiosi triplicano invece la cifra cristallizzandola oltre i 60 con molti dei programmi edilizi ancora da concludere. Una cifra impressionante. Senza precedenti. Finanziariamente sconvolgente se si pensa che a calcolare per difetto il valore sul mercato immobiliare della colata di cemento sin qui realizzata (in base ai numeri dati da Morassut) si arriva a circa 18 miliardi di euro, una cifra a livello di una manovra finanziaria. A beneficiare di questo business i soliti 4-5 grossi gruppi imprenditoriali, tra cui spicca la «Lamaro Appalti» dei fratelli Toti, nota al grande pubblico romano per la realizzazione del Globe Theatre di Villa Borghese, della Nuova Fiera di Roma, della chiesa «a tre vele» dell’architetto Richard Meier. Nessuna notizia dei progetti solidali di edilizia economica e commerciale, ovverosia dell’idea molto veltroniana di assicurare un tetto a poveri, bisognosi, disoccupati. S’è preferita l’edilizia privata, rende di più.

Per capire come funziona il «Sistema» occorre tornare al 2003, a quando cioè il nuovo Prg vede la luce dopo quarant’anni d’attesa. In Comune sono fuochi d’artificio, conferenze stampa, lenzuolate sui giornali, applausi. Poi passano le settimane, i mesi. Nessuno s’interroga sul perché la macchina non parte, e quando qualcuno solleva il problema Veltroni se la prende con Storace che, a suo dire, fa ostruzionismo con il «Piano di sviluppo regionale». Quando alle regionali 2005 Storace perde con Marrazzo, il sindaco annuncia che «grazie al nuovo clima di collaborazione tra Comune e Regione lo strumento urbanistico sarebbe stato applicato entro l’anno». Siamo al secondo semestre 2007 e il Prg ancora non trova applicazione mancando i piani paesaggistici di tutti i Comuni, Roma inclusa.

Nella Capitale, intanto, si costruisce a più non posso ricorrendo a «varianti» e «modifiche» al Prg col risultato che qualcuno, anche a sinistra, inizia a storcere il naso. Per smarcarsi dalle polemiche il Campidoglio s’inventa la «Variante delle Certezze», una sorta di norma-quadro del settore urbanistico per dare certezze e punti fermi agli investitori. Il risultato è disarmante perché i palazzi crescono come funghi al di fuori, e talvolta addirittura contro, il «nuovo» Prg. Tra i tanti, un caso che grida vendetta è quello della compensazione di Monti della Caccia in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico e archeologico, collocata dal Piano in «zona N», dunque da destinarsi a verde pubblico e impianti sportivi.

Per continuare a costruire nell’impasse del Prg il sindaco ha detto sì, ma a due condizioni. Che ricorra l’«emergenza abitativa» e che si dia seguito alla «compensazione edificatoria» per risarcire chi è stato scippato di un terreno ricaduto in zone non edificabili come oasi, parchi etc. Nel primo caso soprattutto - si dice - tutti i complessi costruiti grazie alle varianti devono prevedere un tot di appartamenti a «canone concordato» per otto anni da destinare al Comune, che poi penserà a chi dare la casa. Un’operazione di facciata che non risolve il problema, perché la percentuale immobiliare prevista è minima (appena il 3 per cento delle case costruite) e perché alla scadenza del contratto il poveraccio torna in mezzo alla strada. Oltre a questo metteteci che contemporaneamente il Campidoglio consente e tollera che un esterno, tipo l’associazione dei no global-disobbedienti «Action», possa gestire a proprio piacimento il mercato degli appartamenti pubblici che di volta in volta si liberano in città, di fatto infischiandosene di chi in graduatoria era avanti avendo più titoli.

La non adozione del Prg, e il ricorso selvaggio a varianti d’ogni genere, ad oggi ha prodotto effetti indecenti sulla vita della Capitale anche perché Veltroni ha dato il via ai nuovi insediamenti al di fuori dei limiti imposti dal Piano Generale del Commercio e da quello del Traffico: soprattutto per quanto riguarda i nuovi centri della grande distribuzione, si doveva tener conto della loro localizzazione territoriale e delle infrastrutture necessarie (svincoli, grandi parcheggi di scambio) a garantire una adeguata viabilità. Non c’è bisogno di fare esempi, il Sindaco (e il cittadino romano) sa bene di cosa stiamo parlando.