Veltroni teme il Pd del Nord e Cacciari boccia Cofferati

da Roma

Si è dimesso da presidente del Pd, e lo ha fatto con una buona dose di amarezza per come lo Stato maggiore democratico ha voluto mettere in conto a lui e al suo governo buona parte delle colpe della sconfitta elettorale. Ma Romano Prodi non ha alcuna intenzione di rinunciare a dire la sua, e così ieri ha messo i piedi nel piatto dello stravagante ma acceso dibattito attorno alla necessità di un «Pd del Nord», una sorta di Csu in salsa para-leghista federata al partito «romano».
Prodi boccia senza appello l’idea lanciata da Cofferati come da Cacciari, che peraltro sono in disaccordo tra loro sui confini geografici del medesimo Nord, perché per il sindaco di Venezia «la configurazione è chiara: Piemonte, Liguria e Lombardo-Veneto: tutto il resto fuori. Metterci dentro l’Emilia sarebbe un’insensatezza. E Cofferati leader sarebbe una barzelletta: cosa va a dire a Vicenza?». Così Cacciari. Prodi sbotta: «Non si possono cambiare le regole ogni due mesi: il Pd è già nato regionalista e federale, la sua base sono le regioni e sarebbe bene che si tenesse fede allo Statuto che si è approvato, che è la sua legge». Ergo, il Pd «non deve diventare niente, solo restare coerente con le sue radici e adempiere ai compiti che gli dà lo statuto». E questa volta, lo stop di Prodi è in sintonia con quello che pensa anche Walter Veltroni, preoccupato e anche un po’ irritato dalle sortite «indipendentiste» che arrivano dal Nord, e in particolare da quelle del potente partito emiliano, che può mettere in campo un dirigente «nordista» del calibro di Pierluigi Bersani, potenziale antagonista per la leadership. A colpire negativamente sia Prodi che Veltroni, è stato venerdì l’editoriale di Repubblica: non firmato, quindi ancor più autorevole, sposava con nettezza l’idea di un Pd del Nord. Veltroni ufficialmente tace, ma fa trapelare la sua contrarietà: il tema del Nord è in cima alla sua agenda, tanto che la conferenza dei segretari regionali convocata domani a Milano «servirà proprio a lanciare una vasta campagna sul territorio». Ma non si vede «l’utilità di partiti autonomi, al Nord come al Sud: siamo già un partito federale». Nell’entourage prodiano danno voce allo «sconcerto» di fronte alla presa di posizione del giornale di De Benedetti, che secondo il premier uscente è stato uno dei principali sponsor occulti della sua caduta: «Repubblica prima ci ha portati a sbattere e a far vincere Berlusconi, e ora pretende pure di dettare la nuova linea: è il colmo». Anche Parisi attacca, usando il sarcasmo: «Di fronte alla tentazione di passare con troppa fretta dalle bandiere rosse a quelle verdi, è bene che il Pd difenda la scelta tricolore». Il sospetto parisiano è che dietro gli appelli nordisti si nasconda in realtà una voglia di revanche e di riconquista della centralità politica da parte dell’anima «socialdemocratica» dei Ds, e di quel potente apparato che fa capo da un lato all'Emilia e dall’altro a D’Alema. Enrico Morando, autore del programma veltroniano e candidato a presidente dei senatori Pd, è chiaro: «Un Pd del Nord non mi pare un'idea adeguata. Nemmeno la Lega si è data una struttura simile, ed è articolata per partiti regionali, come noi». Non è un problema di contenitori, ma di politiche, spiega: «Ci vuole un recupero della cultura federalista, che Ds e Margherita non hanno coltivato molto in questi anni. E serve un vero radicamento territoriale: noi vinciamo nel centro di Milano ma perdiamo in periferia, perché i ceti popolari votano Lega. Ed è logico: se nei quartieri degradati e insicuri ti abitui a vedere solo le Camicie verdi, gli unici che mostrano di capire i tuoi problemi, e non vedi l'ombra di Pd o Prc, al momento del voto te lo ricordi, e non ci si può stupire».