Veltroni va in tv per dire: "L’opposizione non in tv"

Il leader democratico ospite di Fazio tra paradossi e catastrofismi: "Rischiamo totalitarismo, fughe di cervelli e banlieue in rivolta"

da Milano

Non era avvolto in un saio nero e non vagava per gli studi tv brontolando «ricordati che devi morire» come un frate millenarista. Nessuno toccava ferro imbarazzato e nessuno gli rispondeva «mò me lo segno» come Troisi. Eppure per Walter Veltroni «Non ci resta che piangere». Anche se dopo tanto insistere in Rai gli hanno trovato uno spazio su «Che tempo che fa». Anche se ha potuto reclamizzare la manifestazione del Pd del 25 ottobre come «una cosa semplice, solare e bella», una specie di film Disney.

Anche se nessuno ha aperto bocca quando dal video ha lanciato slogan surreali tipo «l’opposizione non si fa solo in tv, ma in piazza». Poco importa. Lui persiste nella sua personale danza della pioggia morale, addensando nuvole di pessimismo e fastidio sull’Italia.
È un Veltroni informale ma fosco quello che ieri è stato ospite della trasmissione di Fabio Fazio su Raitre. Eppure i partner di salotto erano stati scelti col bilancino radical-terzomondista, con lo scrittore e regista Alessandro Baricco e il guru di Slow Food Carlin Petrini. Nulla da fare. Perché è inutile, al leader del Pd un Paese che finalmente dimostri gradimento nel governo proprio non va giù: «Berlusconi fa solo fuochi d’artificio. Gli italiani sono inclini a saltare sul carro dei vincitori. E poi diffidiamo di chi vive di sondaggi». Parla lui che prima delle elezioni inzuppava le proiezioni nel caffelatte la mattina per tirarsi su il morale. E fa niente se anche Fazio stenta a riconoscere tutta questa avversione popolare per il governo. Uòlter ha l’alabarda spaziale della verità. Ovviamente catastrofista.

Si parte dalla congiuntura finanziaria, definita «un precipizio del quale il Pd avrebbe tenuto conto nel momento di organizzare la manifestazione». Il Pd manifesta, ergo l’emergenza non c’è. Eppure è tutto un fiorir di strali. Sarà che Veltroni e i sillogismi non vanno d’accordo. Lo dimostra un altro inciampo: «Il governo ha il controllo dei media». E due minuti dopo: «Il governo è infastidito da sindacati, magistrati e giornalisti». Delle due, l’una. Ma è sull’economia che il nefasto Walter volta la carta della Luna Nera: «La Finanziaria? Non risponde all’economia reale: è contro le piccole e medie imprese, contro chi vive con 1.300 euro al mese, contro le centinaia di migliaia di ricercatori precari che emigreranno». A parte i 1.300 euro, cifra non esattamente da clochard, un quadro abatantuonesco di atrocità, terremoto e tragedia.

E la Robin Tax su petrolieri e banchieri? La Social Card per i meno abbienti? La detassazione degli straordinari? L’abolizione dell’Ici? «2,5 miliardi di euro buttati, perché così si aiuta chi non aveva bisogno di quell’esenzione». Eppure i proprietari di case non sono tutti palazzinari o «quelli che hanno ville e regge ma nessuno ne parla». Però agli sciamani non si dà torto. Metti che evocano entità oscure e ti fanno cadere i denti davanti...

Già, perché Veltroni è più Mick Jagger che Obama: vuole tutto dipinto di nero, come in «Paint it black». Una bella mano di buio sul futuro anche dal punto di vista della democrazia: «Il governo cavalca la paura, come nei momenti più drammatici del secolo. Le classi-ponte per gli immigrati sono un segno dello slittamento progressivo verso un sistema totalitario. Così ci troveremo a fare i conti con le rivolte delle banlieue, mai avvenute in Italia». Peccato che alle scene di Castel Volturno ci sia giunti senza Gelmini aggiunte, ma grazie al volemose bene di (antica) veltroniana memoria.

Perché del Veltroni ridens in effetti rimane poco. Un’innata e involontaria comicità («senza il governo Prodi del ’96 oggi l’Italia sarebbe un mucchietto di cenere») e l’idolatria per Obama, ovviamente riconvertita a simbolo epifanico. Perché se negli Usa vincerà McCain, «ci sarà un clima pesante in Occidente». Tradotto? «Dalla crisi del ’29 si uscì o con il New Deal, o con il nazismo. E oggi è Obama il nuovo corso». Dunque - per la proprietà transitiva - se il senatore dell’Illinois non vince, l’alternativa è il Quarto Reich.
L’ultima demolizione in nome del disfattismo il segretario del Partito democratico la riserva all’alleanza con l’Italia dei Valori: «È finita all’indomani delle elezioni, quando Di Pietro ha stracciato il programma che aveva controfirmato dicendo di volere un gruppo proprio». Un segreto di Pulcinella, anche se la tesi veltroniana era sempre stata differente. A luglio, mentre l’ex pm manifestava a Piazza Navona, Veltroni a «Matrix» gli aveva lanciato un ultimatum, chiedendogli di scegliere tra l’opposizione parlamentare e «la piazza di Grillo e Travaglio» e lasciando intendere che il cammino proseguiva insieme. Di Pietro aveva scelto la piazza, ma nessuno parlava di alleanza finita.
Ma l’orrenda falce del mefistofelico Veltroni non guarda in faccia nessuno. Alleanza, «ricordati che devi morire!». Mò Tonino se lo segna, eh...