Veltroni, venti mesi di passi indietro

Se ci fosse stato anche Bruno Vespa, la riunione della direzione del Pd di ieri sarebbe sembrata un tranquillo dibattito o un talk show beneducato, mandato in onda da Red, la tv dalemiana. C'era qualcosa di surreale nella discussione. Gli interventi si susseguivano ordinatamente e senza toni alti dopo la relazione più «ma-anchista» che Veltroni abbia mai pronunciato, ma il filo del dramma lo si poteva cogliere solo dalle parole appena sussurrate. «Siamo un amalgama malriuscito» (D'Alema). «I cittadini non capiscono perché si devono iscrivere al Pd» (Fioroni). «Siamo utili a qualcosa e a qualcuno?» (Chiamparino). «Si è in noi rotto il nesso fra etica e politica» (Castagnetti). «Siamo autoreferenziali» (Rutelli). Un dibattito pacato, quindi, ma dai contenuti distruttivi.
Veltroni ha avuto quello che aveva chiesto. Voleva più potere per commissariare le regioni ribelli e ha avuto il mandato. Ma la delega si è fermata lì. Né lui è riuscito a proporre una svolta vera. Il segretario ha lasciato trasparire il disagio per questa stagione politica, ma i punti fermi della sua strategia sono rimasti inalterati. Non si tocca Di Pietro, la magistratura deve andare avanti, il partito lo dirige il segretario che non può essere minacciato dal correntismo, ci vuole un cambio generazionale. Tranne pochi interventi - i prodiani, Cuperlo -, i maggiorenti del partito gli hanno dato formalmente ragione demolendone subito dopo, «pacatamente», l'impianto della relazione. Soprattutto su un punto. Quel partito che Veltroni voleva liquido, dei cittadini, governato dalle primarie ormai non c'è più. L'intero gruppo dirigente ha chiesto il partito pesante, il partito delle sezioni e del territorio. Il veltronismo ieri è stato seppellito malgrado gli interventi appassionati di alcuni pasdaran come il senatore Giorgio Tonini.
Gran parte della discussione è apparsa retrodatata. Si va o no in Europa con i socialisti? Marini dice che non vuole morire socialista, gli altri ex popolari pure, Fassino e D'Alema vogliono un rapporto stretto con il Pse. È un partito nuovo in cui prevale l'innovazione? Questo chiede Veltroni e gli altri a ricordargli che esistono le culture differenti, che le radici sono le radici. È paradossale. Non sembra di essere a 20 mesi dalla nascita del partito ma a due anni prima.
Che l'orologio sia stato spostato così indietro, lo si è potuto cogliere anche dalla sostanziale assenza, nella discussione, di qualsiasi riferimento ai temi della crisi e alle divisioni sui contenuti che affliggono il partito democratico. La lunga seduta psicoanalitica di ieri ha lasciato fuori qualunque proposta e soprattutto quei temi, sociali ma anche etici, su cui ci sono grandi differenziazioni nel Pd. Neppure alcun tentativo di analisi sulle ragioni sia del successo elettorale del centrodestra sia del consenso attuale del governo. «I sondaggi cambieranno quando la crisi si approfondirà», è la risposta che si sono dati i dirigenti del Pd ogni volta che hanno dovuto affrontare il tema della politica concreta. Pronostici di catastrofi come pronostici di ripresa politica. Qualunque dirigente del vecchio Pci o della vecchia Dc si sarebbe ribellato.
In fondo è proprio qui il vero insuccesso di Veltroni. Dopo un anno e mezzo si ritrova con la stessa discussione e con gli stessi protagonisti con cui si era dovuto misurare al momento della sua elezione. Nessuno mette in discussione la sua leadership. Se l'obiettivo era di mangiare il panettone, l'obiettivo è stato raggiunto. Ma la sua guida è circondata dai «ma anche» dei suoi compagni di cordata che gli hanno rimproverato di non aver costruito il partito, di aver ideologizzato le primarie, di essersi appeso a Di Pietro, di aver smarrito il filo di quella tradizione che giustifica la nuova impresa.
Il più velenoso è stato Massimo D'Alema quando, in conclusione del suo intervento, gli ha ricordato che un partito a vocazione, anzi a leader maggioritario c'è ed è Berlusconi e che la sua proposta politica è l'alleanza con la Lega. A noi del Pd manca sia l'una cosa sia l'altra, ha lasciato intendere. Manca il leader a vocazione maggioritaria e l'alleato per fare maggioranza. Con queste due frasi finali si è capito che la tregua ci sarà, ma sarà armatissima.