Vende l’azienda per aprire un museo di 6 piani: "Vivo d’arte e regalo soldi"

Giulio Bargellini era un mondariso. Poi è diventato imprenditore. Portava Cascella e altri amici scultori a lavorare in Kenya. "Ho detto a Veltroni: vieni con me laggiù a far beneficenza"

Come imprenditore, Giulio Bargellini è un genio e al tempo stesso un disastro. Nei primi Anni 60 ha creato dal nulla una fabbrica di materiale elettrico, la Ova, acronimo di Ohm, Volta e Ampère, gli scienziati delle leggi sulla resistenza, sulla tensione e sull’intensità. Ha assunto 300 dipendenti. L’ha portata a 70 milioni di euro annui di fatturato e a 7 milioni di utili. Ha inventato le lampade di emergenza, quando ancora la legge 626 era di là da venire, e anche le torce ricaricabili per la polizia e i carabinieri. Ha insegnato il mestiere a Gian Pietro Beghelli, oggi titolare dell’azienda leader in Europa nei sistemi di sicurezza civile e industriale.

Due anni fa, di punto in bianco, Bargellini ha venduto la Ova ai francesi della Schneider Electric per dedicarsi alla beneficenza e a una nuova impresa che, quando va bene, ogni anno gli fa perdere («ma lo sapevo già prima di cominciare») mezzo milione di euro. Eppure dovreste vederlo quant’è felice nel suo nuovo regno. Come biasimarlo? Sale di un piano e va a rimirarsi il ritratto della madre di Amedeo Modigliani dipinto dal grande livornese nel 1904. Fa due passi a sinistra e incoccia nei Manichini coloniali di Giorgio De Chirico. Ne fa due a destra ed ecco la Composizione con paesaggio di Mario Sironi. Gira intorno e gli fanno festa tele di Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Carlo Levi, Fortunato Depero, Massimo Campigli, Felice Casorati, Carlo Carrà, Aligi Sassu, Renato Guttuso, Virgilio Guidi, Gino Severini, Antonio Ligabue, Emilio Greco, Mino Maccari, 1.500 artisti, mentre altrettanti aspettano d’essere tirati fuori dal caveau, se mai verrà il loro turno.

Scende di un piano e lo accolgono sculture di Umberto Mastroianni, Arturo Martini, Giacomo Manzù, Arnaldo Pomodoro, Luciano Minguzzi e decine di altri maestri dello scalpello e della fusione. Il mondo di Bargellini ha già riempito sette volumi: fanno 12 centimetri di cataloghi patinati, 1.455 pagine, 8 chili di peso. E altri seguiranno, perché il suo mondo è infinito e continua a espandersi, giorno dopo giorno, senza soste. Merito suo se Pieve di Cento, Comune fra Bologna e Ferrara dov’è nato e ha sempre mantenuto la residenza, oggi può fregiarsi all’ingresso del centro abitato del cartello «Città d’arte e turismo», di sicuro non giustificato dalla tozza torre dell’acquedotto che ti viene incontro da lontano con tutta la sua sconcezza. Bisogna svoltare a sinistra proprio lì, all’incrocio del supermercato Conad, per ritrovarsi subito nel mondo incantato di Bargellini, un ex silo di stoccaggio dentro il quale da bambino l’imprenditore nuotava felice nel grano, ristrutturato e dipinto di blu dall’architetto Giuseppe Davanzo, assistente di Carlo Scarpa, circondato da un giardino di gigantesche sculture, dal Grande metafisico di Giorgio De Chirico alle Monadi di Pino Castagna, dalla Colonna dell’infinito di Simon Benetton all’Uomo della pace di Franco Scepi, consegnato in miniatura a Mikhail Gorbaciov quando vinse il premio Nobele da allora attribuito a tutticoloro che ricevono l’onorificenza dal re di Svezia.

Si chiama Magi. Significa Museod’arte delle generazioni italiane del ’900. È lacollezione privata di Bargellini, messa a disposizione degli amanti del bello, la più importante raccolta di pittura e scultura del secolo che va dal 1875 al 1975, sei piani, 7.500 metri quadrati di superficie espositiva, due ascensori. «Sono in concorrenza col Moma di New York», scherza il proprietario, deciso a quotare il Magi in Borsa e a erigere presto un secondo edificio di altri 1.200 metri quadrati sul terreno adiacente dove ora c’è un campo di calcio, che ricostruirà altrove a proprie spese aggiungendoci anche un campo di rugby. Aperto tutti i giorni, tranne il lunedì, il museo è meta di scolaresche e punto di ritrovo. Dentro ci sono un ristorante, un bar, una libreria e anche una galleria d’arte dove i privati possono scegliere fra 300 opere in vendita, sempreché ne abbiano i mezzi, visto che non è da tutti portarsi a casa pezzi unici come la Testa di Medusa di Manzù che è grande dieci volte la capoccia di un cristiano. All’ultimo piano c’è persinoun salone delle feste attrezzato con una seconda cucina da grandi numeri, doveBargellini, appassionato della belle époque, all’ultimo di carnevale organizza un veglione in costume, «ho anche formato un corpo di ballo con sei ragazze per il cancan finale».

Il Magi è un luogo di cultura polifunzionale. Pochi giorni fa ha ospitato una performance di Shozo Shimamoto, artista giapponese del movimento d’avanguardia Gutai, i cui lavori sono esposti alla Tate Gallery di Londra. Il vegliardo di Osaka ha prodotto 40 tele seduta stante scagliando per un’ora e mezzo,fragli applausi del pubblico, bottiglie piene di colore: «Molti miei amici si rifiutano di visitare l’esposizione che ne è uscita», si lamenta l’anfitrione, onesto al punto da riconoscere che i cocci di vetro inglobati nelle opere d’arte così ottenute possono rappresentare qualche rischio per l’incolumità dei visitatori.

Due settimane prima Magdi Cristiano Allam è venuto a presentarci il suo nuovo libro, Grazie Gesù, e ne è ripartito entusiasta con un «grazie Giulio», stupefatto dalla pirotecnica intraprendenza del mecenate. Perché Bargellini, uomo di destra in terra di sinistra, dà del tu a tutti e tutti conquista, incluso Walter Veltroni, invitato a salvarsi l’anima in uno dei tre orfanotrofi oppure nella scuola per bambini sordomuti che il proprietario del museo finanzia e segue di persona in Kenya. Chissà come reagirà il segretario dei Democratici all’apertura, prevista per febbraio, di una nuova ala del Magi che ho potuto visitare in anteprima. Vi sono raccolte 300 opere d’arte realizzate durante il Ventennio. Tutte con un unico soggetto: Benito Mussolini.

Diranno che è apologia del fascismo, finirà sul rogo in piazza.
«Voglio proprio vedere come fanno a disprezzare Il Duce e la folla, china di Mario Sironi del ’36, o La battaglia del grano, stesso anno, olio di Basilio Cascella, padre di Michele e nonno di Pietro,oppure il ritratto a figura intera di Mussolini che saluta romanamente, scolpito nel ’37 da Francesco Messina, l’autore del Cavallo morente piazzato davanti alla sed eRai di viale Mazzini».
Dove ha trovato simili rarità?
«Il 26 luglio 1943, all’indomani del Gran Consiglio, dall’Italia scomparvero come per incanto tutte le opere che effigiavano il Duce. Una ventinad’anni fami fu offerta la collezione privata di Duilio Susmel, storico del fascismo morto nel 1984, autore della monumentale Opera omnia di Mussolini in 36 volumi. La acquistai subito. Da allora l’ho integrata con altre acquisizioni. Ora è pronta per essere esposta. Sto solo aspettandoche Arrigo Petacco mi consegni il libro in cui la presenta».
Come mai è di destra?
«Perché sono anticomunista. Si parla tanto del “triangolo della morte” compreso fra Castelfranco Emilia, Piumazzo e Manzolino. Ma qui, finita la guerra, i compagni massacrarono in proporzione molte più persone che nel Modenese, oltre 50. Se fossero riusciti a rintracciarle, sarebbero arrivati a 200. Io ero un ragazzino, m’intrufolavo nella caserma dei carabinieri occupata dal Comitato di liberazione nazionale. Ho visto quello che ha fatto il tribunale del popolo insediato lì. È terribile la fine dei sette fratelli Cervi, ma questo è il paese dei sette fratelli Govoni, due soli dei quali erano fascisti, torturati e trucidati 16 giorni dopo la fine delle ostilità, l’11 maggio 1945. Compresa l’ultimogenita, Ida, 20 anni, sposata da poco e madre di un bimbo di due mesi. Neanche sapeva che cosa fosse la politica».
Non credo che Mussolini sarebbe moltocontento di ritrovarsi incompagnia di Shimamoto. «Arte degenerata», chioserebbe.
«Shimamoto è un mite signore di 80 anni che è stato candidato al premio Nobel per la pace, un filantropo che in Giappone aiuta i disabili».
Le assomiglia.
«Siamo quasi coetanei: ne ho 76. Io do una mano all’Anffas di Cento e ai bambini africani. L’ho detto a Veltroni: perché non vieni a lavorare con me in Kenya? Purtroppo l’African dream village che avevo aperto a Malindi s’è bruciato. Ho trasferito qui al Magi le opere degli scultori italiani che avevo trascinato laggiù per una decina d’anni, realizzate insieme con gli artisti di colore. Però in Kenya continuo a finanziare gli istituti per l’infanzia e a portare tonnellate di medicine».
Perché lo fa?
«Ho capito questo: quando Bill Gates o Warren Buffet stanziano milioni di dollari per l’Africa, non si rendono conto che i loro aiuti si fermeranno un metro prima di arrivare ai bisognosi. Io invece porto i soldi di persona. Spesso li consegno nelle mani dei missionari, le più sicure. Un metodo che funziona, se persino i banchieri svizzeri dell’Ubs mi hanno chiamato a spiegarlo a un convegno dov’erano presenti Muhammad Yunus, il premio Nobel per la pace inventore del microcredito, e la sorella di Bob Kennedy».
L’arte è una passione di famiglia?
«Macché, sono figlio di un birocciaio che trasportava la canapa. Sa, Cento era famosa per i cordami. Da ragazzo ho fatto per tre anni il mondariso. Mi sono fermato alle scuole medie professionali. Il mio sogno era diventare elettricista. Nel ’52 andai a Milano con i soldi in tasca a comprare la prima macchina per lo stampaggio della plastica, ma il signor Gazzaniga fu irremovibile: “Non me la sento di fare affari con un ragazzo. Torna con tuo padre”. Avrei potuto ingrandire la Ova tre volte, se non mi fossi imposto una legge che ho sempre rispettato:fare il passo più corto della gamba».
Per quale motivo l’ha venduta?
«Ho annusato il vento della grande trasformazione, non uso la parola globalizzazione per non apparire ridicolo. Tutto quello che fino a quel momento avevo fatto con l’auto e col treno, di lì in avanti mi sarebbe toccato ripeterlo con l’aereo. Non me la sono sentita di volare ogni mese dagli Usa alla Cina e viceversa. M’ero stancato di guadagnare. Avevo due aziende: una che dava profitti e una che dava debiti. Mi sono tenuto quella che dava debiti».
Com’è nata l’idea del museo?
«Casa mia era sempre piena di gente, avevamo perso la nostra intimità. E poi non sapevo più dove metterle, tutte queste opere. Fra le pareti domestiche oggi restano solo quelle figurative di Filippo de Pisis, le preferite da mia moglie».
Quanto ha speso per la sua collezione?
«In 40 anni, credo non meno di 10-12 miliardi di lire. Eh, le passioni si pagano... Però il Magi oggi vale otto volte tanto. Prenda il Modigliani. Lo acquistai nel 1996 per 600 milioni di lire da un pittore di Bologna. Oggi chi vende un Modigliani?».
Sicuro che sia autentico?
«È pubblicato su due cataloghi ragionati francesi e corredato dall’expertise di Jeanne Modigliani, la figlia. Però la sua osservazione è pertinente. I falsi in circolazione sono innumerevoli. Pochi sanno che i quadri di Modigliani, analizzati con la riflettografia infrarossa, portano alla luce il disegno preparatorio sottostante allo strato pittorico, quello che l’autore tracciava a matita, l’equivalente della sinopia negli affreschi».
Il suo giudizio sulle televendite?
«Deleterie. Il povero Michele Cascella mi telefonava disperato: vedeva inTv un sacco di quadri che i falsari spacciavano per suoi. Gli erano rimasti in casa appena 50 pezzi. “Ho tutto qui, com’è possibile?”, si tormentava. Dopo la sua morte, ne sono stati venduti a migliaia. È anche perquesto che vorrei coinvolgere soci collezionisti e quotare il Magi in Borsa. Non c’è investimento più sicuro dell’arte. Ma comprare non è sufficiente. Bisogna saper comprare. Il dipinto o lascultura giusta sono quelli che riesci a rivendere con una certa facilità. Se incontri difficoltà, significa che non sono un buon investimento. C’è gente che si dissangua per comprare opere grafiche che non valgono nulla».
E cos’è che vale di più?
«Le faccio un esempio. Cesare Zavattini, lo sceneggiatore di Sciuscià e Ladri di biciclette, negli Anni 40 cominciò a commissionare quadri. Ma li voleva tutti di una misura particolare, 8 centimetri per 10, per essere sicuro che i pittori li eseguissero apposta per lui e non gli rifilassero fondi dimagazzino. Aveva intuito che un artista difficilmente teneva pronta in casa un’opera di quelle dimensioni minime. Ottone Rosai, per rispettare le misure assegnate, gli dipinse due Cristi in croce, un soggetto davvero insolito per un autore di omini, viuzze e osterie. Zavattini arrivò ad avere 2.000 di questi quadretti, li teneva tutti in casa. Alla sua morte la collezione sparì. Ho impiegato 20 anni per recuperare a una a una quasi 800 delle piccole tele che erano andate disperse in giro per l’Italia. E oggi io stesso continuo a commissionare tutti gli anni una sessantina di 8 per 10. Ecco, unacollezione così non ha prezzo».
Quale fu il suo primo acquisto?
«Un’opera del padovano Tono Zancanaro, un caro amico. Era sempre in bolletta. Io gli prestavo dei soldi e lui ricambiava con un mosaico, un vaso, un'incisione. Mi ha dato più di quanto non sia riuscito a dargli io».
Di chi altro è stato amico?
«Di tutti. Più che un collezionista d’arte, mi sono sempre sentito un collezionista di artisti. Ero molto amico di Pietro Cascella, al quale Silvio Berlusconi commissionò la tomba di famiglia nel parco di Villa San Martino, ad Arcore. Fu lui a presentare Sandro Bondi al Cavaliere. Io lo portai in Kenya e lo costrinsi a farmi una scultura. E poi volevo un bene dell’anima a Umberto Mastroianni. Siccome sono devoto a Guglielmo Marconi, gli chiesi un’opera che celebrasse il centenario dell’invenzione del telegrafo. Tanto ero sicuro che lo Stato non avrebbe organizzato nulla per ricordare questo suo figlio illustre».
Facile profeta.
«“Allora ci vuole una scultura alta come un campanile”, s’entusiasmò Mastroianni. Gli risposi: siccome la pago io, vedi che non superi i5 metri... Nel ’95, al momento dell’inaugurazione, il maestro s’ammalò. “Timandomio nipote”, mi telefonò. E così arrivò qui Marcello Mastroianni. Sarebbe dovuto restare per un’oretta. Invece non voleva più andarsene. Alla sera dovetti essere io a insistere perché raggiungesse Sophia Loren a Milano, che lo aspettava per ritirare insieme con lui il Telegatto».
Non mi ha ancora detto che cos’è l’arte?
«Non dà da mangiare. Si può farne a meno. Ma senza si muore».
(431. Continua)
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