Vendere i palazzi di Stato per rilanciare la crescita

La crisi dei mercati finanziari innescata dai mutui immobiliari con il conseguente crollo delle Borse e un’inflazione ormai galoppante (siamo al 3,5%) che preme per una comprensibile rincorsa dei salari, stanno mettendo a dura prova tutte le economie nazionali e, naturalmente, anche quella italiana. Con l’aggravante, però, che le nostre difficoltà arrivano da lontano.
L’analisi impietosa del centro studi della Confindustria e la relazione della Corte dei Conti confermano ciò che da tempo andiamo dicendo. L’Italia dal 1995 cresce poco e male. Troppo poco per innescare un risanamento strutturale dei conti pubblici e rafforzare quella coesione sociale che si sta pericolosamente sfarinando. In questi ultimi tredici anni, infatti, l’Italia è cresciuta in media di un punto in meno dei Paesi della zona euro e ha ridotto il suo debito di appena 17 punti di cui 10 solo grazie alla vendita di aziende pubbliche (150 miliardi di euro) e 5 per la riduzione dei tassi di interesse internazionali dal 1996 al 1999. Nello stesso periodo, tanto per capirci, il Belgio ha ridotto il suo debito di 49 punti e l’Irlanda addirittura di 87, mentre la Germania in poco tempo ha raggiunto il pareggio di bilancio. In tutti questi Paesi, però, il tasso di crescita dell’economia è stato decisamente superiore a quello dell’Italia a testimonianza che sviluppo e risanamento sono due obiettivi che camminano appaiati. In Italia, inoltre, c’è un’idea secondo la quale il tasso di crescita è condizionato solo dalla congiuntura mondiale. È fin troppo ovvio che il quadro internazionale incide sui tassi di crescita, ma non c’è alcun dubbio che i governi nazionali possano fare molto per sostenerli. D’altro canto se così non fosse non ci spiegheremmo perché noi da dodici anni cresciamo meno di quasi tutti i Paesi europei pur vivendo in un unico contesto monetario, finanziario ed economico. Né vale più il lamento sul macigno del debito pubblico creato, peraltro, in una stagione nella quale terrorismo e inflazione a due cifre la facevano da padrone.
Sono trascorsi, infatti, ben quindici anni nei quali il Paese non è riuscito a decollare. Basta dunque con gli alibi e smettiamola una volta per tutte di affidare la nostra prospettiva di sviluppo esclusivamente alla congiuntura internazionale e prepariamoci a contenerne i danni. Giusto puntare a liberalizzazioni, concorrenze e semplificazioni ma se non si agevolano, nel breve periodo, investimenti pubblici e privati finanziando inoltre ricerca e innovazione e se non si contrasta l’inflazione con gli strumenti di mercato quale, ad esempio, la riduzione della pressione fiscale, su energia e alimentari continueremo a girare a vuoto lasciando che si consumi sotto il peso dell’aumento dei prezzi e delle bollette il potere di acquisto delle famiglie e l’aumento nel contempo della disoccupazione.
Abbiamo, infine, sentito dalla Corte dei Conti un riferimento all’immenso patrimonio immobiliare dello Stato per ridurre il debito. Sono almeno quattro anni che annoiamo i nostri lettori spiegando che l’unica fonte di quattrini per finanziare lo sviluppo è la vendita di 50-100 palazzi di proprietà dello Stato messi a reddito perché utilizzati dalla pubblica amministrazione. Uno spin off immobiliare, però, non per ridurre il debito ma per finanziare la crescita che è il modo virtuoso per ridurre strutturalmente deficit e debito. Ancora una volta, però, urtiamo contro un pregiudizio professorale secondo il quale basta ridurre la spesa per creare sviluppo. È vero l’esatto contrario. Solo con lo sviluppo possiamo ridurre la spesa e solo così possiamo interrompere quella pericolosa divaricazione nella società italiana tra le nuove povertà e le nuove ricchezze. Una frattura sociale che si alimenta proprio con la stagnazione economica e si aggrava con l’inflazione, le due grandi emergenze del Paese. Denunciare i rischi senza indicare una terapia, aumenta solo paura e smarrimento.
Geronimo