La vendetta disfattista

Adesso ci vogliono alcuni scioperi robusti. Ci vogliono perché, a sorpresa, l'economia è ripartita con un balzo in avanti su base trimestrale che non si registrava dal 2001. Ci vogliono perché la sinistra deve dimostrare con i numeri che il centrodestra ha fallito, che gli effetti positivi delle riforme, che non potevano essere immediati, si stanno manifestando, come aveva detto Berlusconi quando aveva firmato il «Contratto con gli Italiani». Ci vogliono perché la sinistra deve dare ragione a tutte le Cassandre che volano sui cieli italiani e deve smentire quell'ottimismo berlusconiano che è anzitutto un atto di fiducia nelle capacità del popolo italiano, sia sul piano politico, di respingere la proposta della sinistra, sia sul piano economico, di rimboccarsi le maniche in una situazione di competizione internazionale profondamente mutata.
Berlusconi non aveva promesso che saremmo diventati tutti miliardari (in lire) o milionari (in euro): aveva promesso alcune trasformazioni strutturali nel sistema economico e politico italiano per affrontare con successo le nuove sfide poste prima dalla globalizzazione, e non affrontate dai governi succedutisi dal 1995 al 2001, e poi dall'euro.
Ciò che il centrodestra dovrebbe fare, nella campagna elettorale che non ha ancora avviato, mentre la sinistra è in campagna di demonizzazione del centrodestra dall'indomani del voto del 2001, è di spiegare come esso sia riuscito a gestire il Paese in una situazione di difficoltà senza precedenti.
Nessun governo degli ultimi decenni ha dovuto, come l'attuale, fare una politica economica e di bilancio condizionata da due fattori assolutamente nuovi: il passaggio a una nuova moneta e i limiti al deficit di bilancio che hanno di colpo arrestato i due punti tradizionali dell'economia e della politica del nostro Paese: il ricorso alla svalutazione competitiva e la progressione senza freni dell'indebitamento pubblico. Il primo a favore delle imprese, il secondo a favore delle famiglie.
Il governo Prodi, che concordò questo passaggio, ma che lasciò in gestione a quello attuale, non preparò il Paese - imprese produttrici e famiglie consumatrici - al grande doppio salto nell'euro e nella globalizzazione. L'Italia avrebbe potuto spezzarsi le gambe. E se Berlusconi non ha emulato Margaret Thatcher, dobbiamo anche considerare che l'Italia non è la Gran Bretagna: parliamo ovviamente di sistema industriale e finanziario, avendo quello britannico ben altre e più profonde radici; e parliamo di quel consociativismo che aveva esso sì creato una questione morale di intreccio occulto tra potere politico, economico e sindacale.
Oggi possiamo essere più comprensivi con un Governo che non ha praticato cure thatcheriane ma, senza far crollare l'edificio, ha provveduto a qualche restauro fondamentale: la riforma del mercato del lavoro ha dato i suoi frutti, come pure li daranno quella previdenziale e quella della scuola. Ha avviato una parziale ripresa della competitività, creando le condizioni perché alcune imprese - quelle che guardano al mercato - cominciassero a adeguarsi alla nuova situazione, innovando e riorganizzando i costi non più solo in funzione dei prezzi (non ci sono più svalutazioni competitive ma c'è l'euro che si è apprezzato sul dollaro). E i risultati sono cominciati ad arrivare.
Questo è ciò che la maggioranza, senza perdersi in polemiche interne di corta veduta, dovrebbe spiegare agli italiani: soprattutto che ha fatto, in circostanze straordinariamente nuove e difficili, un buon lavoro, che nell'interesse dell'Italia non dovrebbe essere interrotto da un voto emotivo condizionato dalla bagarre mediatica in cui la sinistra ha gioco facile.