Vendetta di Errani su Prodi & C: in Emilia è faida tra i democratici

nostro inviato a Bologna

Qualcuno l’ha interpretata come un atto dovuto, l’ente pubblico che si cautela. Ma Vasco Errani, cioè il governatore dell’Emilia Romagna, che - riporta Italia Oggi - si prepara a costituirsi parte civile contro Flavio Delbono, cioè l’ex vicegovernatore, è tutto fuorché l’inevitabile appendice di una vicenda giudiziaria che non si sa come andrà a finire. L'annuncio non è di ieri, è stato dato a ridosso delle dimissioni del sindaco, che hanno seguito di appena 48 ore l’interrogatorio in procura. Ma ogni giorno che passa, la presa di distanza del governatore dal suo vecchio numero due assume un significato sempre più evidente. È il simbolo di un partito, il Pd, dilaniato dalle guerre intestine.
Errani fa rima con Bersani: non è solo un gioco di parole. È il suo erede in Emilia Romagna, entrambi dalemiani d’acciaio. Presiede la Conferenza delle Regioni e in questi anni è stato un avversario tenace del governo: ha messo innumerevoli bastoni tra le ruote dell’esecutivo, dalle bocciature delle leggi finanziarie alle proteste per gli altri tagli, dagli ostacoli posti al piano casa fino all'ultimo altolà, quello al nucleare. Ha preteso e ottenuto dal partito la deroga per il terzo mandato da governatore, cosa non riuscita ad altri suoi colleghi: un nome per tutti, quello di Maria Rita Lorenzetti, la cui mancata ricandidatura in Umbria ha sfasciato il Pd.
Errani-Bersani che scarica Delbono non è il classico atto dovuto. Il governatore ha usato parole pesanti con i protagonisti del Cinzia-gate: «Tuteleremo il buon nome della Regione. Se emergesse qualunque profilo di illegittimità o irregolarità in talune vicende oggetto di indagini in corso, l'amministrazione si considera parte lesa e di conseguenza attiverà ogni azione di tutela in qualunque sede, compresa quelle giudiziarie. Se qualcuno ha sbagliato deve rispondere personalmente degli errori che ha fatto, chiunque esso sia». Compreso il vicepresidente protetto da Romano Prodi.
Una presa di distanze nettissima per prevenire il rischio di essere trascinato nel vortice giudiziario in piena campagna elettorale. E per tenersi fuori anche dal risvolto politico delle indagini: poteva Errani non sapere del sistema che vigeva in Regione? Ignorava completamente i giri di denaro, le assunzioni di favore, gli appalti assegnati in via fiduciaria, i viaggi mascherati da vacanze non di un funzionario qualunque, ma del suo numero due? È davvero estranea la Regione a una sorta di «responsabilità oggettiva quantomeno per omesso controllo», come ha detto il candidato sindaco del Pdl, Giancarlo Mazzuca?
Ma il disperato strappo di Errani da Delbono è una lacerazione anche dalla componente prodiana del Pd. Confermata dalle parole di circostanza con cui il governatore ha liquidato l’ipotesi di candidare il Professore a sindaco: «Se fosse disponibile a fare questo gesto d'amore verso Bologna, sarei contentissimo. Ma rispetto le scelte di Romano, lui non ha bisogno di pressioni». Un «gesto d’amore», nessun rilievo politico. L’autotutela di Errani acuisce la battaglia tra fazioni nel Pd. Prodi ha imposto Delbono prima in comune (assessore al bilancio), poi in regione (vicepresidente), quindi come sindaco. Quando il suo pupillo ha cominciato a vacillare, è stata sua la telefonata decisiva che l’ha scaricato propiziando le dimissioni. Il giorno dopo, dalle pagine di Repubblica, ha fatto filtrare il suo fastidio per la gestione della vicenda: «Ma chi comanda nel Pd?». Una stilettata alla coppia Bersani-D’Alema con i quali non corre buon sangue da anni.
Bersani è dovuto venire a Bologna per rassicurare la gente di sinistra: «Ho trovato preoccupazione e amarezza», ha detto uscendo da sei ore di conclave con la direzione provinciale, dove ha raccolto lo sfogo dei vertici senza però giungere a nessuna decisione sulle candidature, né sulle primarie né su un nome forte. E ha dovuto fronteggiare la fronda della minoranza interna. «Quello che è successo non è un incidente di percorso, siamo giunti al termine di una storia iniziata a metà degli anni ’90, una storia anche di gruppi dirigenti dalla quale è giunto il momento di uscire», ha tuonato il senatore Walter Vitali, rimpianto sindaco di Bologna ora schierato con Franceschini.
Prodi contro D’Alema, Franceschini contro Bersani, tutti contro Delbono. Il Pd in tre anni di vita è un campo di battaglia dove si combatte una guerriglia fratricida per bande e i vecchi dualismi mai sopiti riesplodono con fragore. Dove ormai vige il «si salvi chi può» incarnato da Errani alla vigilia di una campagna elettorale incerta. E intanto Prodi, l’uomo della provvidenza, è partito per Cuba, una vacanza prenotata da tempo con parenti e amici.