Vendetta partigiana, scavi nel Triangolo rosso

Un Pm impegna i tecnici del Ris dei carabinieri nella ricerca delle persone trucidate nel primo Dopoguerra a Poviglio, in Emilia. Ugo Pelicelli fu legato a un camion e trascinato nel paese, il figlio cerca da 60 anni il suo corpo. L’uomo che era al volante abitava al piano di sopra dei Pelicelli. È morto portando la verità nella tomba

nostro inviato a Poviglio
(Reggio Emilia)
Il Biro, che abitava al piano di sopra, se n’è andato qualche tempo fa senza spiccicare parola. «Io guidavo il camion rosso, io non so altro», ha ripetuto per sessant'anni, fra un «buongiorno» e un «buonasera» all'incredulo Ettore Pelicelli. La mattina dell’8 maggio 1945 mezzo paese vide e non fiatò. Il Biro, così era soprannominato quel partigiano, entrò alla guida del suo mezzo nella piazza; dietro, legato ai piedi con una corda come in certi film western, strisciava nella polvere Ugo Pelicelli, il papà di Ettore e di altri sei figli. «Ero un bimbo - racconta Graziano Dall’Aglio, memoria storica del paese - ma quella scena me la ricordo bene: la testa, insanguinata e gonfia, sbatteva sul selciato, il corpo ricoperto di lividi, la gente, ebbra, gridava e lo ricopriva di insulti, un occhio, ma il dettaglio se lo ricordano solo gli anziani, penzolava fuori dall'orbita. Lo spettacolo durò un minuto, forse più. Mio padre mi portò via, ma presto anche il camioncino sparì e la gente sentì gli spari alla periferia del paese».
Sessantadue anni dopo, è in quel prato che si concentrano le ricerche. La ruspa, dopo le frenetiche attività del venerdì, è ferma per il weekend e riprenderà a scavare lunedì. Pelicelli, una vita da assicuratore e i capelli ormai tutti bianchi, sospira: «Venerdì è stato un supplizio; a ogni movimento della pala, a ogni spostamento di terra, mi dicevo: “È la volta buona, dai che lo troviamo, dai che finalmente gli facciamo il funerale”. Invece, adesso, ho un presentimento negativo, forse è troppo tardi, i Ris dei carabinieri hanno trovato là sotto dei mattoni e li hanno portati via per analizzarli. Temo che qualcuno abbia cancellato con la calce viva quei poveri resti. Il mio sogno non sarà coronato».
Per ora il presente è inclinato verso il passato. Ai primi di aprile uno studioso di Pordenone, Marco Pirina, ha depositato alla Procura di Reggio un corposo dossier su alcune stragi avvenute nel «Triangolo rosso» fra Reggio Emilia, Modena e Bologna. Dopo mezzo secolo di inerzia e omertà, Il Pm Maria Rita Pantani ha chiamato i Ris e ha iniziato le ricerche. Ora ci vorrebbe un colpo di fortuna. I tecnici posizioneranno il loro elettromagnetometro nella buca profonda un paio di metri e andranno alla caccia di un indizio come sofisticati rabdomanti: versione ipertecnologica del professore armato di rametto che in un racconto di Giovanni Guareschi batte la terra cercando l'acqua e trova il corpo di un ragazzo ucciso nel 1945.
Dall'Aglio scuote la testa: «Qua molti sapevano, molti hanno visto, molti hanno sentito. Ora i più sono morti, come il Biro e il Drago, con ogni probabilità l'artefice del delitto Pelicelli». La breccia, l’unica, è stata aperta una decina d'anni fa. «Quel giorno di maggio in quel campo una ragazza vide morire mio padre - prosegue Pelicelli - scese dal camion scortato da quattro persone, fra cui il Drago. Gli diedero una pala, si scavò la fossa, finì in fretta, perché il terreno era molle, gli spararono alla testa con una pistola. Ho consegnato da molto tempo quei quattro nomi alla magistratura e a tutte le autorità possibili, non ho saputo più nulla fino a pochi giorni fa. Sia chiaro: non voglio mandare in galera nessuno,anche perché ormai il Drago e gli altri sono andati all'altro mondo. Mi piacerebbe solo trovare il corpo di un uomo perbene che aveva la sola colpa di essere il comandante della Guardia nazionale repubblicana. E vorrei lanciare un segnale di speranza agli altri figli nella mia situazione. Solo a Poviglio mancano all'appello 22 o 23 uomini». I desaparecidos di uno dei tanti comuni del Triangolo rosso che ha inghiottito in quelle settimane di follia un'intera generazione.
Pelicelli sventola un foglietto con l'elenco dei dispersi di Poviglio; poi compone un numero di telefono. Due minuti e una di quelle storie senza finale si anima: «Mio papà si chiamava Olide, Olide Carpi - spiega il figlio Alessandro - lo catturarono ai primi di maggio e lo portarono a Castelnuovo di Sotto. A mezzogiorno un camion lasciò la caserma del paese: è l'ultima immagine di papà e degli altri sei o sette sventurati che erano con lui. Mia mamma è morta cinque anni fa piangendolo. Chissà, io spero che qualcuno si decida finalmente a dirmi dove posso andare a riprendermelo».