La vendetta urlata

La corrente sciita dell’islam, maggioritaria in Iran, ma minoritaria e perseguitata nel mondo sunnita, ama drammatiche manifestazioni di fede: sanguinose autoflagellazioni; liturgie di disperazione, isteria collettiva. Aggiungete la paura per un regime che si vuole custode della rivoluzione khomeinista ormai boccheggiante; la sovrapposizione di due date «sante»: l’ultimo venerdì del sacro mese del Ramadan e la giornata della liberazione di Gerusalemme - Al Quds (La Santa) -; la fuga in avanti di un presidente che si sa internamente contestato e esternamente minacciato da sanzioni internazionali e avrete il cocktail di passione e di odio che ha portato il presidente Ahmadinejad a urlare le sue minacce contro Israele e l’America davanti a 70mila persone.
C’è chi pensa che un nuovo Hitler è nato in Oriente e che Israele sia alla vigilia di una nuova Shoah. Il «ministro degli Esteri», senza ministero, palestinese, Khaddumi, ne è sicuro. Lo afferma in un articolo sulle pagine del giornale palestinese Al Qudz al Arabi di Londra, traboccante di minacce contro Israele e contro il presidente palestinese Mahmoud Abbas, servo degli ebrei e degli americani. Per lui non basta che il presidente iraniano rispedisca gli israeliani «in Canada o in Alaska»; non sarà sufficiente che l’intero territorio dello Stato ebraico (poco importa se ci rimetteranno la vita anche un milione e 300mila musulmani) verrà bruciato dai missili incendiari iraniani se Israele oserà attaccare l’Iran; poco importa se il ritorno dei profughi palestinesi sul territorio israeliano è ormai diventato più importante dello Stato palestinese stesso. Ciò che conta per lui è la soddisfazione (verbale) della vendetta urlata.
Il che pone all’Iran e ai palestinesi un problema: cosa succederà se Israele non attaccherà o se attaccherà - come ha fatto contro la base nucleare in Siria - e nessuno avrà il coraggio o l’interesse di farlo sapere? Di attacchi contro l’Iran ve ne sono da tempo in corso da basi curde e dal Belucistan di cui i media solo occasionalmente parlano. La guerra contro l’Iran, oltre a quella in Palestina contro Hamas, è già in corso. Non è la vecchia guerra di eserciti schierati lungo fronti continui e di carri armati che si affrontano sui campi di battaglia o di aerei nei cieli. Come già spiegavano anni fa in dettaglio i colonnelli cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui nel libro Guerra senza limiti, l’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione (Editrice Goriziana, col bel commento del generale Fabio Mini, 2001), sarà una guerra di commando, di attacchi con armi di concezione del tutto nuova, con la neutralizzazione elettronica delle comunicazioni, con l’uso di aerei invisibili, con offensive biologiche e così via.
La superiorità israeliana (e americana) in questi campi sull’Iran è grande. Non comporta la grossolanità delle distruzioni atomiche massicce, e contro di essa i ferri vecchi dell’aviazione, della marina e i nuovi missili iraniani mai messi alla prova possono fare ben poco. È vero che dopo la Shoah gli ebrei prendono le minacce di distruzione molto seriamente. Ma è altrettanto vero che la seconda guerra del Libano ha insegnato alla dirigenza politica israeliana prudenza e determinazione e che le forze armate (lo hanno dimostrato con l’attacco misterioso contro la base siriana lo scorso mese) si sono notevolmente riorganizzate. Forse in Iran e in Siria e altrove non se ne rendono conto. Ahmadinejad, gli Hezbollah e Hamas se passassero dalla provocazione verbale a quella reale giocherebbero col fuoco. Rischierebbero di mettere in pericolo la sopravvivenza stessa fisica e ideologica del cosiddetto islam radicale sciita. Personaggi del tipo del presidente iraniano possono certo permettersi di essere fanfaroni, ma non stupidi. Sanno che gli israeliani-ebrei non sono più le imbelli pecore da macello del passato.