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L’idea-provocazione: «Importare cittadini da paesi meno ridenti»

Non siamo neppure 700 mila persone: Genova è una città in costante decremento demografico, dovuto alla scarsa natalità ed al conseguente saldo negativo tra nascite e morti.
Da una parte, la crisi economica e la mancanza di un’attenta programmazione del futuro non hanno certo incoraggiato le famiglie a mettere al mondo nuovi figli, col rischio poi di vederseli circolare per casa a tempo indeterminato; dall’altra, molti giovani si sono guadagnati questo futuro oltre l’Appennino, all’estero oppure nell’invitante e multiforme area milanese.
Considerate poi lo sconfinato numero di pensionati non attivi o addirittura non auto-sufficienti a carico delle famiglie e di prepensionati della cosiddetta grande industria o dell’elefantiaco apparato pubblico; defalcate ancora casalinghe e giovani in età scolare e domandatevi: ma a Genova quanta gente lavora? Quanta gente alimenta i consumi e contribuisce, con le imposte, a generare risorse sufficienti per sostenere un welfare sempre più oneroso e (giustamente) esigente? Poca, pochissima in rapporto ai diritti che ogni cittadino può giustamente reclamare al governo della propria comunità.
Ora, non intendo certo entrare nel complesso sistema che dovrebbe garantire, attraverso l’espansione industriale, nuova e crescente occupazione, né esaminare il ruolo del comparto turistico che dovrebbe garantire sufficiente appetibilità alla nostra città. Vorrei invece, a seguito delle brevi considerazioni fatte, lanciare una provocazione e, magari, aprire un dibattito su quanto segue.
Genova è una città speciale. Genova ha tutto ciò che serve: ad una persona per stabilirvisi e diventarne cittadino ed ad una grande azienda pubblica o privata per collocarvi la propria sede. Genova, diversamente da altri luoghi, è una città di medie dimensioni, a misura d’uomo, ha un buon clima, mille bellezze naturali, ha storia cultura, è a pieno titolo la porta da e per l’Europa, per i traffici mediterranei. Il nostro obiettivo deve essere quindi, secondo me, quello di far trasferire da altrove - non importa da dove - nuovi abitanti (30-50 mila) che non abbiano bisogno di trovare lavoro, che non debbano lavorare per vivere, ma che siano autosufficienti, anzi, abbastanza se non già molto ricchi e che vengano ad abitare qui perché solo qui riescono a trovare quelle condizioni ambientali climatiche ideali e che nessuna altra città può loro offrire. Lo stesso valga per le aziende, che potrebbero cosi assicurare una residenza ed un luogo di lavoro di tutto rispetto ai loro dipendenti: non sfugge inoltre a nessuno che, in un futuro neanche troppo lontano, - cioè domani - il lavoro verrà svolto a casa; e davanti ad un monitor, lavorare in un appartamento a Genova invece che a Voghera o ad Abbiategrasso fa una bella differenza.
Tutta questa gente, che noi potremmo richiamare, gratificandola di un nuovo modo di vivere dove l’aria è più pura dove il mare è più blu, dove c’è tutto ciò che si può desiderare per vivere in maniera moderna, tutta questa gente, dicevo, rappresenterà il nostro maggior fatturato in termini di erario e di consumi e ci salverà dal fallimento. Vi faccio solo alcuni esempi di città che già da molti anni hanno adottato questo metodo: Seattle, Atlanta (Georgia), Miami (Florida), Scottsdale (Arizona), Santo Domingo, Dubai dove addirittura stanno costruendo in mare un arcipelago che riproduce le terre emerse e sul quale abiteranno oltre 200 mila persone. Il futuro si giocherà cosi. Le città saranno attrattive o repulsive e le condizioni che le comunità locali riusciranno ad offrire determineranno il loro successo o il loro declino.
Abbiamo passato decenni a cacciare da Genova cittadini, aziende e ricchezza, sostituendo tutti questi fattori con quell’immigrazione selvaggia che, oggi, dobbiamo anche sfamare e che pesa in termini di degrado, di sicurezza, di integrazione sociale.
Se intendiamo riequilibrare socialmente e culturalmente ma, soprattutto, se vogliamo incrementare in maniera consistente il nostro fatturato quanto a erario e consumi, converrebbe alla spettabile Amministrazione predisporre con cortese sollecitudine un programma che induca una sorta di novello urbanesimo, che porti a Genova frotte di opulenti borghesi, italiani o foresti, che impazziscano per Genova e che vengano qui a spendere o ad investire tutto quello che hanno guadagnato e attiri anche aziende che investano a Genova, per rispetto del lavoro dei loro manager e dipendenti, in nuove e prestigiose sedi.
Per fare questo, l’eminentissima Amministrazione genovese dovrà smetterla di fare tanto la schizzinosa e, se proprio non vuole usare il territorio, usi il mare e dica a Piano che nell’affresco ci sistemi pure un isola di fronte al porto dove piazzare grattaceli e ville pronti all’uso. Così facendo, raggiungerà i seguenti risultati senza tirar fuori un cent: 1) avvierà un nuovo processo di inurbamento per almeno 50 mila persone; 2) creerà, per costruire questa nuova città, migliaia di posti di lavoro per ora presenti solo nei convegni e nei talk show; 3) aumenterà erario e consumi sostenendo e rafforzando welfare, commercio e piccole aziende; 4) restituirà a Genova il ruolo che ha sempre avuto nella storia degli ultimi secoli: quello di regina del Mediterraneo.
La provocazione l’ho lanciata caro direttore e, con il suo aiuto, il dibattito è aperto, con la raccomandazione che in questa città, dove pur tutto è vietato, condizionato e ipocrita, una cosa ancora si può liberamente fare in barba a tutti: sognare ad occhi aperti.
Alleanza Nazionale

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