Vendita Italtel, una procura setaccia gli affari di Prodi

Analizzata la vendita di Italtel a Siemens nel 1994 e sequestrano le fatture delle consulenze al Professore, ai tempi presidente dell'Iri. <a href="/a.pic1?ID=171708"><strong>&quot;Soffiata&quot; di Visco</strong></a> e il premier scoprì di essere finito nella rete. <a href="/a.pic1?ID=171701"><strong>Dalla Sme alla Cirio</strong></a> vendite in saldo

Gianmarco Chiocchi e Gianluigi Nuzzi
Nell’indagine della Procura di Bolzano per corruzione, concussione e riciclaggio sulla vendita che nel 1994 Stet (gruppo Iri) fece di Italtel, gioiello delle telecomunicazioni, ai tedeschi di Siemens, con Goldman Sachs come advisor, gli inquirenti compiono ora accertamenti sulle attività del presidente del Consiglio Romano Prodi. Gli inquirenti altoatesini hanno avviato numerose verifiche sugli affari compiuti dai Prodi, sulle compravendite immobiliari della moglie, Flavia Franzoni. E, soprattutto, sulla loro attività professionale, a iniziare dalle consulenze ricevute negli anni ’90 da Goldman Sachs.

La polizia giudiziaria ha quindi compiuto diverse attività. È andata una prima volta a Bologna, nello studio di Piero Gnudi, commercialista storico del professore, per acquisire documenti e fatture pagate ai Prodi da Goldman Sachs. È tornata una seconda volta a Bologna per prendere altre fatture dei Prodi presso gli uffici giudiziari e atti relativi a una inchiesta archiviata sulla cessione Cirio-Bertolli-De Rica. Nel frattempo sui Prodi sono stati compiuti accertamenti patrimoniali, finanziari e tributari su delega della Procura di Bolzano. Al vaglio le attività di numerosi soggetti: Romano Prodi, la moglie Flavia, alcune immobiliari partecipate da quest’ultima e da fiduciarie, la fondazione Il Mulino. I rapporti con Goldman Sachs sono ritenuti rilevanti per comprendere le dinamiche della vicenda.

Tra il 1990 e il 1995 la banca d’affari pagò alla società dei Prodi, la Ase Analisi e Studi Economici srl, oltre 2 miliardi e 622 milioni, rivelandosi così il committente privilegiato dei Prodi. Prima di General Electric e Pacific Telesis International. Proprio in quegli anni si sviluppa la battaglia su Italtel. Nel 1992 inizia infatti la lotta per il controllo dell’azienda telefonica: Siemens, At&t, Ericsson e Alcatel cercano di aggiudicarsi il gruppo italiano. Nel maggio ’93 Prodi arriva all’Iri (che controlla Stet che a sua volta controlla Italtel) e interrompe le consulenze con Goldman Sachs per riprenderle nel settembre del ’94 quando lascia la presidenza. Ma i rapporti restano saldi: la banca è talmente soddisfatta di Prodi per i primi cinque mesi del 1993 da assegnarli un bonus speciale di 910 milioni. Un bonus che corrisponde a oltre un anno di compensi medi finora percepiti. Coincidenza vuole che Goldman Sachs, pochi mesi dopo, nell’inverno del 1993, riesce a scalzare Schroeders, come banca d’affari che per Siemens segue Italtel. Un affare da 2.500 miliardi.

Negli stessi mesi viene stilato un documento Siemens, sequestrato in Germania, dal quale emerge che Prodi, nella veste di presidente dell’Iri, era a favore di Siemens rispetto ad Alcatel. Si arriva così al 12 maggio 1994 quando viene firmato il memorandum d’intesa tra Siemens Ag e Stet per acquisire Italtel. Nemmeno tre mesi dopo Prodi lascia l’Iri. Alla domanda se vi siano politici indagati, sia il Pm Guido Rispoli, sia il procuratore Cuno Tarfusser smentiscono: «Il “non poteva non sapere” - spiegano - qui non trova dimora». Bisogna quindi seguire i soldi. Si parte da Giuseppe Parrella, 75 anni, beneventano residente a Bolzano, già direttore generale dell’Azienda di Stato per i servizi telefonici (nell’allora gruppo Stet) e coinvolto in numerose inchieste di Tangentopoli. La procura di Bolzano ritiene che abbia gestito ben 141 miliardi di tangenti, una somma enorme, una volta e mezzo la tangente Enimont.

Ebbene, uscito solo da pochi mesi dal carcere, dove era finito nel 1993, Parrella venne scelto dai manager Siemens per una missione delicatissima: metterli in contatto con le persone giuste di Italtel e Stet. In cambio? 9,7 milioni di marchi. Per gli inquirenti non si tratta di una consulenza. Per il pagamento nel marzo 1995 Siemens utilizza un conto presso la Raiffeisenland Bank Tirol Ag di Innsbruck, alimentato da fondi neri e intestato a un fattorino, Ernst Von Jagemann. Bonifico del 16 marzo 1995, tramite paradisi fiscali, spedito un mese dopo che la Commissione europea dichiara la compatibilità con il mercato comune della concentrazione Stet-Siemens AG. Sempre su quel conto tra il ’95 e il ’99 vengono movimentati 140-150 milioni di marchi, in parte finiti persino a politici nigeriani.

Elementi che inducono il Tribunale a condannare i prestanomi di Parrella per riciclaggio e parlare nelle sentenze di mazzette nelle sentenze. Parrella ha ricevuto soldi da Siemens «per lo svolgimento di un’attività di mediazione di natura corruttiva nei confronti degli organi gestionali di Stet spa (gruppo Iri), per la realizzazione di un gruppo europeo di telecomunicazioni». Si cerca quindi di far emergere i rapporti dei manager di Siemens con gli italiani. Si avviano rogatorie, emergono altri 10 miliardi non contabilizzati versati da Siemens a Goldman Sachs International, utilizzando sempre il conto del fattorino Jagemann. A che servono? La Finanza è andata a Goldman Sachs di Milano, portando via documenti. gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it gianmarco.chiocci@ilgiornale.it